A Santa Domenica di Ricadi, nel Vibonese, la parola "casa" non è sinonimo di rifugio, ma di barriera. È qui che Chiara, una madre di 32 anni, sfida quotidianamente la forza di gravità e l'indifferenza burocratica, caricandosi sulle spalle la figlia disabile per raggiungere il terzo piano di un palazzo senza ascensore. Quello che per molti è un semplice rientro tra le mura domestiche, per questa famiglia è diventato un calvario fisico e psicologico che interroga le istituzioni.

Nonostante le interlocuzioni formali e le promesse, la soluzione resta un miraggio. Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) ha acceso i riflettori su questa vicenda, denunciando come la mancanza di un intervento concreto rappresenti una violazione della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. "L'accessibilità non può essere considerata un intervento straordinario," dichiara il Coordinamento, "ma rappresenta una condizione strutturale della democrazia stessa."

Il silenzio delle istituzioni, in questo contesto, rischia di trasformarsi in una forma di esclusione sociale attiva, aggravando l'isolamento di una famiglia che chiede solo di poter vivere con dignità.

Oltre alla necessaria azione amministrativa del Comune di Ricadi, il CNDDU propone di trasformare questo caso di cronaca in un'opportunità educativa. L'idea è quella di portare la storia di Chiara e della sua bambina tra i banchi di scuola, superando la teoria per approdare alla cittadinanza attiva.

Secondo il Prof. Romano Pesavento, presidente del CNDDU, educare oggi significa "insegnare a riconoscere le narrazioni che escludono e a costruirne di nuove che includano". La battaglia di Ricadi, dunque, non è solo una questione di architettura e ascensori, ma una sfida culturale: trasformare l'indifferenza in partecipazione e un terzo piano in un luogo finalmente accessibile a tutti.