Kobe Bryant, la leggenda e l'uomo. Da Reggio Calabria all'Nba
Da dove si comincia a raccontare Kobe Bryant? Non dal campione, perché di lui si conosce tutto, dai trionfi ai record personali: aveva l’ossessione di essere il migliore e c’è riuscito. Come giocatore ha avuto anche un ruolo speciale, per non dire unico: è stato il primo testimonial di un basket davvero planetario, grazie alla diffusione televisiva della Nba nei cinque continenti. Jordan, come prima Magic e Bird e prima ancora Erving e Chamberlain, sono stati soprattutto raccontati: di Kobe si è visto tutto e questo ne ha fatto un ambasciatore irraggiungibile.
LeBron James scoppia a piangere in aeroporto
Da dove si comincia a raccontare l’uomo Kobe? Dal ghigno spietato esibito in campo che si trasformava in sorriso appena ne usciva. A livello di fenomeni del basket, è stato il più vicino a Magic Johnson, che in campo dominava sorridendo: non a caso, ne ha vestito la stessa maglia. Col sorriso, la notte prima di morire, ha accolto il record di punti di LeBron James, che gli ha tolto il terzo posto nella classifica dei marcatori di sempre: è stato tra i primi a complimentarsi. Col sorriso ha incorniciato una delle sue ultime presenze allo Staples Center, pochi giorni fa: a bordo campo si è rivolto a una delle stelle del momento, lo sloveno Doncic, parlandogli nella sua lingua. Sorpreso, il ragazzone dell’Est si è fermato a ridere con lui prima di ricominciare a giocare.
a dove si comincia a raccontare la leggenda Kobe? Da quello strano nome, scelto dal papà mangiando una bistecca di kobe, un raffinato taglio di manzo. ‘Se è maschio, lo chiameremo così’, disse Joe Bryant alla moglie incinta. Nemmeno lui sapeva che razza di popolarità avrebbe avuto quel ragazzo: non per il nome, ma per ciò che avrebbe combinato in campo.
Da dove si comincia a raccontare il personaggio Kobe? Da quell’Italia conosciuta da bambino e che si è portato sempre dentro. Un viaggio lungo sette anni, spesi da papà Joe da metà degli anni Ottanta fra Rieti e Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. Città dove il piccolo Bryant ha cominciato a palleggiare, poi a tirare, infine a vincere, giocando spesso con i più grandi. Città dove l’hanno visto crescere e non è un modo di dire: negli intervalli e anche dopo le partite quel bimbo riccioluto era sempre in campo, sotto gli occhi di tutti, a far canestro. Con un’idea già allora fissa: andare un giorno in Nba.
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