Omicidio di 'ndrangheta nel Vibonese, le difese contestano il nesso tra agguato e decesso (NOMI e DETTAGLI)
Nuova udienza davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro. Al centro del confronto il ruolo delle complicanze sopraggiunte durante il ricovero e le presunte responsabilità dei sanitari
Nuovo capitolo giudiziario per il processo di secondo grado sull’omicidio di Domenico Belsito, il 34enne ferito a colpi d’arma da fuoco a Pizzo nel marzo del 2004 e morto dopo alcuni giorni di ricovero all’ospedale “Jazzolino” di Vibo Valentia. La vicenda è tornata al vaglio della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, chiamata a esaminare le posizioni di Salvatore Mantella, 52 anni, di Vibo Valentia, difeso dagli avvocati Diego Brancia e Francesco Sabatino; Domenico Bonavota, 47 anni, di Sant’Onofrio, assistito dagli avvocati Tiziana Barillaro ed Enzo Gennaro; e Onofrio Barbieri, 46 anni, di Sant’Onofrio e oggi collaboratore di giustizia, difeso dall’avvocato Caterina De Luca.
L’udienza si è concentrata soprattutto su un tema destinato ad avere un peso rilevante nel giudizio: le effettive cause che determinarono la morte di Belsito e il rapporto tra le ferite riportate nell’agguato e le complicazioni insorte durante la degenza ospedaliera.
I difensori hanno chiesto alla Corte di rivedere una precedente decisione con la quale era stata respinta la richiesta di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale. L’obiettivo è quello di poter ascoltare due consulenti medici che, secondo la prospettazione delle difese, avrebbero evidenziato una possibile cesura nel percorso causale che condusse al decesso.
Belsito, infatti, non morì immediatamente dopo essere stato raggiunto dai colpi di pistola. Il suo decesso arrivò circa due settimane dopo il ricovero e, secondo quanto sostenuto dalle difese sulla base delle consulenze, sarebbe stato determinato da una peritonite sviluppatasi nel corso della degenza. Un elemento che, per gli avvocati degli imputati, meriterebbe un ulteriore approfondimento per stabilire se e in quale misura le condotte dei sanitari abbiano inciso sull’esito finale.
Sul punto, un passaggio particolarmente significativo emerge proprio dalla consulenza disposta dalla Procura. Il perito del pubblico ministero aveva infatti individuato possibili profili di colpa medica, parlando di un ritardo nella diagnosi e nel successivo trattamento terapeutico a carico di alcuni sanitari della Divisione di Chirurgia d’urgenza che avevano preso in cura Belsito.
Secondo la ricostruzione riportata negli atti, il paziente era stato ricoverato dal 28 al 31 marzo 2004 e sottoposto all’intervento chirurgico il 31 marzo, quando il quadro di peritonite legato alla precedente sutura intestinale risultava ormai particolarmente avanzato. Lo stesso consulente della Procura avrebbe quindi ravvisato profili di responsabilità sanitaria con riferimento ai tempi della diagnosi e dell'intervento.
La consulenza, tuttavia, avrebbe individuato una responsabilità di natura concausale, riconducendo l'evento mortale a una combinazione di fattori: da una parte le lesioni provocate dall'agguato, considerate potenzialmente letali se non adeguatamente trattate, dall'altra la condotta dei sanitari e le successive complicazioni.
È proprio su questo aspetto che si concentra la strategia delle difese. La tesi sostenuta dai legali punta a mettere in discussione il collegamento causale diretto tra la sparatoria e la morte di Belsito, chiedendo alla Corte di approfondire il ruolo assunto dal decorso clinico e dalle eventuali carenze nell'assistenza ospedaliera.
La Procura e il giudice per le indagini preliminari hanno invece richiamato il cosiddetto principio di equivalenza causale, secondo il quale la presenza di eventuali concause non interrompe necessariamente il rapporto di causalità tra la condotta originaria e l'evento finale, a meno che il fattore sopravvenuto non risulti autonomamente sufficiente a determinare la morte.
La Corte d’Assise d’Appello si è riservata di decidere sulla richiesta delle difese di revocare la precedente ordinanza e procedere con l'integrazione dell'attività istruttoria. La decisione è attesa nella prossima udienza, fissata per il 22 ottobre.
Nella stessa data è previsto anche l'esame del collaboratore di giustizia Andrea Mantella. La sua audizione, richiesta dalla Procura Generale, dovrebbe essere circoscritta ai rapporti intercorsi con Bartolomeo Arena.
Il processo di primo grado si era concluso con condanne all'ergastolo per Domenico Bonavota, indicato dall'accusa come mandante, e Salvatore Mantella, ritenuto l'esecutore materiale del delitto. A Onofrio Barbieri era stata invece inflitta una condanna a 13 anni di reclusione.
Secondo la ricostruzione accusatoria, Belsito venne raggiunto dai proiettili mentre si trovava all'interno di un noto bar di Pizzo. A fare fuoco sarebbe stato Francesco Scrugli, successivamente ucciso a Vibo Marina nel 2012. Il 34enne morì il primo aprile del 2004 dopo il ricovero all'ospedale di Vibo Valentia.
L'omicidio viene inoltre considerato dagli inquirenti un passaggio significativo nelle dinamiche criminali del Vibonese e nella formazione dell'alleanza tra il gruppo riconducibile ad Andrea Mantella e il clan Bonavota di Sant'Onofrio. Secondo la ricostruzione della pubblica accusa, prima del delitto sarebbe stato raggiunto un accordo che prevedeva una sorta di scambio di uomini tra i due gruppi.
Ora sarà la Corte d’Assise d’Appello a dover valutare, tra gli altri aspetti, anche la questione del nesso causale tra le ferite riportate nell'agguato e il successivo decesso, alla luce delle complicazioni insorte durante il ricovero e dei profili di presunta colpa sanitaria evidenziati nella consulenza acquisita agli atti.
