Non fu una serie di episodi isolati, ma una vera e propria strategia di sterminio tra cosche rivali quella che, nel 1992, attraversò il Nord Italia lasciando a terra decine di cadaveri. Lo scrivono nero su bianco i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Bologna nelle 170 pagine di motivazioni che spiegano l'inasprimento delle pene per i vertici dei clan crotonesi.

Il verdetto dello scorso ottobre, che ha ribaltato le conclusioni del primo grado definite ora "radicalmente errate", ha sancito tre ergastoli per i boss Nicolino Grande Aracri, Antonio Ciampà e Angelo Greco, oltre a una condanna a 18 anni per Antonio Lerose.

Al cuore della decisione dei giudici bolognesi c'è la riabilitazione probatoria dei collaboratori di giustizia. Le testimonianze di Antonio Valerio e Angelo Salvatore Cortese sono state ritenute fondamentali e coerenti. I due non si sono limitati a puntare il dito contro i vertici, ma si sono autoaccusati di delitti per i quali non erano nemmeno sospettati, offrendo agli inquirenti la chiave di lettura per decifrare una stagione di violenza rimasta per decenni senza colpevoli certi.

Le motivazioni dedicano ampio spazio ai fatti di sangue che hanno coinvolto il territorio lombardo, confermando che la guerra di mafia non conosceva confini provinciali. Tra gli episodi più crudi emerge l'agguato del 6 settembre 1992 a Cremona, presso le Colonie Padane.

In quell'occasione, il commando killer aprì il fuoco per eliminare Dramore Ruggiero (fratello del boss Rosario "Tre dita"), ma nella furia omicida rimase ucciso anche Antonio Muto, vittima innocente colpita per errore. Pochi giorni dopo, la vendetta si spostò nel Reggiano con le esecuzioni di Nicola Vasapollo e Giuseppe Ruggiero, segnando l'apice dello scontro frontale tra le famiglie.

Cruciale è stato anche il contributo di un terzo pentito, Vittorio Foschini, legato alle cosche milanesi dei Coco Trovato e De Stefano. Foschini ha confermato l'esistenza di un unico "scacchiere criminale" dove gli ordini partiti dalla Calabria venivano eseguiti in Emilia e Lombardia con una coordinazione militare.

Secondo la Corte d'Assise d’Appello, il tribunale di primo grado aveva commesso l'errore di valutare le prove in modo frammentario. La nuova sentenza restituisce invece una visione d'insieme: una "fase di espansione e consolidamento" della 'ndrangheta al Nord, scritta con il sangue e cementata dalle faide, che oggi, a distanza di oltre trent'anni, trova una definitiva verità giudiziaria.