Narcotraffico, il "metodo" del clan del Vibonese: così la cosca spediva droga in tutta Italia
Smantellata la rete logistica della cosca: un camionista di fiducia il perno delle consegne tra Torino, Roma e l'Abruzzo. Decisive le chat criptate per ricostruire i viaggi del "cash" e della marijuana
Non bastano i contatti giusti nelle grandi città se manca chi, fisicamente, sposta la merce lungo le autostrade del Paese. È questo il cuore dell'ultima operazione della DDA di Catanzaro che ha colpito il "locale" di Ariola, guidato – secondo gli inquirenti – da Angelo Maiolo. L'inchiesta ha svelato una struttura piramidale dove la logistica non era affidata al caso, ma a un ingranaggio preciso: un autotrasportatore "di famiglia" capace di muoversi nell'ombra tra i magazzini del Nord e le piazze del Centro-Sud.
Al centro del sistema distributivo figura Francesco Carè, 51 anni di Fabrizia. Per la distrettuale antimafia non era un semplice padroncino, ma un vero e proprio "vettore materiale" intraneo alla cosca. Il suo compito era delicatissimo: prelevare quintali di marijuana (e cocaina), trasportarli su e giù per la Penisola e, all'occorrenza, gestire i pagamenti.
In un episodio documentato nel novembre 2020, Carè avrebbe movimentato carichi per un valore di 30.000 euro, spostandosi tra Valmontone e l'Abruzzo. In un'altra occasione, l'autotrasportatore si sarebbe trasformato in "tesoriere", consegnando ben 62.000 euro in contanti per saldare vecchie forniture e prenotarne di nuove.
A incastrare il gruppo è stata la tecnologia che i boss credevano inviolabile. Le chat criptate sulla piattaforma SkyECC hanno permesso agli investigatori di monitorare i viaggi in tempo reale. Maiolo chiedeva conferme sui carichi a Torino, mentre Carè aggiornava costantemente il "capo" su svincoli autostradali, soste obbligatorie e tempi di arrivo.
Il monitoraggio delle celle telefoniche e le fotografie inviate durante i tragitti hanno chiuso il cerchio, confermando la presenza dei mezzi nei luoghi dello scarico. Quando il camionista doveva fermarsi per le pause previste dal codice della strada, intervenivano altri membri della famiglia, come Francesco e Antonio Maiolo, pronti a "dare il cambio" per ultimare la consegna e non lasciare la droga incustodita.
Grazie a questa "ferrovia della droga" su gomma, il clan era riuscito a saturare non solo il mercato calabrese, ma a estendere i propri tentacoli su diverse regioni: in Piemonte, con basi logistiche a Torino gestite da parenti stretti, Abruzzo, dove a Pescara erano stati individuati due magazzini di stoccaggio, Lazio e Toscana grazie a solidi contatti nelle zone di Roma e Firenze.
L'ordinanza del GIP mette in luce come il ruolo del camionista fosse l'anello di congiunzione fondamentale: senza la sicurezza del trasporto garantita da un uomo "del posto" e legato ai vincoli di sangue della cosca, l'intero business milionario dei Maiolo sarebbe rimasto bloccato tra i boschi delle Serre vibonesi.
