Ammazzato per errore dalle cosche del Vibonese, i 27 anni mancati di Filippo Ceravolo
Avrebbe compiuto 27 anni, domani, lunedì 4 maggio, Filippo Ceravolo, giovane di Soriano Calabro ucciso per errore in un agguato di 'ndrangheta tra il clan Loielo e quello degli Emanuele il 25 ottobre 2012 sulla strada che conduce a Pizzoni. L'agonia di Filippo dura poche ore. Si spegne nella notte, tra le scene di disperazione dei suoi genitori. Quello che succede dopo è un classico delle storie provenienti dalla Calabria, e riguarda tutti noi, compresi i nostri pregiudizi. Perché lo sappiamo bene, anche gli omicidi si pesano. Il loro valore di notizia cambia a seconda delle geografia, dell'importanza dei luoghi, e del contesto. Filippo non muore nel profondo e talvolta ricco Nord, non muore neppure nella terra di Gomorra come Pasquale Romano, ammazzato per errore sotto gli occhi della fidanzata e giustamente diventato simbolo dell'assurdo, della precarietà del vivere in posti dove lo Stato non si vede, "non ci risulta".
La notizia della sua morte diventa materiale da maneggiare con cura, per un riflesso condizionato. È una storia di mafia locale, cattivissima e invasiva, ma non ancora frequentata da romanzi e fiction di successo. Poi, da quelle parti si ammazzano sempre, ci sono le faide, se gli hanno sparato una ragione dovrà pur esserci. Fuori dal suo territorio la 'ndrangheta viene percepita così: un dato antropologico, e non una maledizione. Nel dubbio, la zona grigia del pregiudizio impone la scelta del silenzio. Meglio tacere. E pazienza se gli investigatori dicono che quel ragazzo era innocente, e incontaminato.
IL ricordo. Filippo Ceravolo aveva diciannove anni appena, un ragazzo. Viveva a Soriano, un paesino di duemila abitanti in provincia di Vibo Valentia, adagiato sul granito delle Serre, uno dei luoghi dimenticati di una regione dimenticata come la Calabria. Era un commerciante, nel senso che dava una mano a papà, titolare di una bancarella ambulante di dolciumi. Aveva un diploma di terza media, giocava a pallone nelle giovanili della squadra locale, lo raccontano come un tifoso sfegatato della Juventus. La sua vita si divideva tra il lavoro, prima o poi avrebbe ereditato il ruolo del padre, la sua famiglia ha una tradizione quasi secolare nel settore, e la fidanzata. Come tanti, come tutti. Una vita e una storia normale, in una terra che tanto normale ancora non è, purtroppo.
Da quasi otto anni, però, il 4 maggio non è più un giorno di festa per chi, come papà Martino, mamma Anna e le figlie Maria Teresa e Giusy, erano abituati a trascorrerlo insieme a Filippo. Per l'occasione, ogni anno veniva celebrata una Santa Messa, alla quale erano presenti, oltre alle autorità civili e militari, anche diversi familiari di vittime di mafia, ma quest'anno a causa dell'emergenza Corona Virus non si terrà nessuna celebrazione.
Assenza insopportabile. "Purtroppo - ha affermato il padre Martino – è da quel maledetto 25 ottobre 2012 che non festeggiamo più il compleanno di Filippo, perché per noi, ormai, il 4 maggio non è più un giorno di festa. La sua assenza si fa sentire quotidianamente, questi vigliacchi hanno privato un padre, una padre e due sorelle dell'amore di un figlio. Ma la pagheranno. Abbiamo fiducia nella magistratura e, nonostante il caso sia stato archiviato, sono certo che presto gli assassini saranno puniti con il carcere a vita, che è esattamente ciò che meritano. Purtroppo - ha detto ancora Martino – viviamo in un territorio difficile, mi auguro però che chi di dovere faccia qualcosa affinché venga dato un nome a chi ha ucciso mio figlio. Tempo passerà, ma sono convinto che la verità verrà fuori, credo fermamente nella giustizia però mi auguro che ognuno nella società civile faccia la propria parte collaborando affinché ciò che è successo a Filippo non accada più a nessuno, purtroppo poteva esserci qualsiasi altro giovane, ma se il problema non tocca da vicino a nessuno importa, bisogna ribellarsi alla criminalità per lasciare un mondo più pulito alle nuove generazioni sempre più vittime della loro spavalderia".
