Riflettendo sulla sanità con amici medici, tutti concordano su un punto: in Calabria la sanità pubblica non è semplicemente un sistema in difficoltà, è un dramma umano quotidiano. Un grido silenzioso che si consuma ogni giorno tra corsie vuote, ambulatori senza medici, attese interminabili nei pronto soccorso. Ma dietro le statistiche fredde e i numeri del disastro, c’è un dolore doppio, profondo e speculare: quello del dottore e quello del paziente. Essere un medico in Calabria significa affrontare ogni giorno la vergogna dell’impotenza. Significa entrare in reparto e non trovare strumenti, farmaci, personale. Significa avere davanti un paziente che ha dolore, che ha paura, che ti guarda negli occhi e ti chiede aiuto… e dover abbassare lo sguardo perché non puoi fare nulla. Significa sentirsi svuotato, colpevole, logorato. Un dottore in Calabria è un angelo con le ali spezzate.

Cura con ciò che ha: un sorriso, una carezza, una parola, ma la medicina, quella vera, ha bisogno di mezzi. E i mezzi, qui, mancano sempre.

I medici lavorano in condizioni che definire precarie è un eufemismo: turni massacranti, reparti scoperti, strutture fatiscenti, contratti instabili. A volte fanno diagnosi senza esami, affrontano emergenze senza strumenti, prendono decisioni gravissime senza il conforto di un confronto clinico. Ogni giorno è una battaglia con la propria frustrazione. Ogni notte si dorme – quando si dorme – con la domanda che martella dentro: perché continuo? Per chi? Per cosa? Il giuramento di Ippocrate non è cambiato, ma è diventato un peso che grava sulle spalle come una condanna. Perché non si può salvare vite in un sistema che ti lascia solo. Non si può curare il corpo, se il sistema ha già amputato la speranza. Dall’altra parte c’è il paziente. Entra in ospedale con un dolore al petto o con un mal di pancia e sa già che potrebbe non uscirne. Non perché la malattia sia incurabile, ma perché tutto intorno manca: la TAC è rotta, la risonanza è in attesa, l’ambulanza non arriva, il medico non c’è, o se c’è, è esausto. Ha paura di morire. E ha ragione ad averla. In Calabria si può morire anche per una banale infezione, per una terapia sbagliata, per un intervento posticipato all’infinito. La paura di morire qui non è psicologica. È concreta. Quotidiana. Fondata.
Il paziente calabrese ha smesso di sperare. La paura è diventata compagna di vita. È un dolore che si aggiunge al dolore: quello della malattia si somma a quello dell’abbandono. E quando la speranza finisce, inizia l’emigrazione sanitaria. Chi può, parte. Ma chi resta — e sono tanti — si affida a Dio, perché non ha più nulla a cui affidarsi. In questo scarto tra chi può partire e chi è costretto a restare, si misura la disuguaglianza più feroce: quella tra chi ha una possibilità di cura e chi ha solo la rassegnazione. Tra il medico che non riesce più a curare e il paziente che ha paura di morire si apre un vuoto. È il vuoto dello Stato. Delle istituzioni. Di chi avrebbe dovuto vigilare, investire, proteggere. È il vuoto di una politica che da anni promette e commissaria, ma non risolve. È il vuoto che uccide in silenzio, ogni giorno, in ogni angolo della Calabria. Non esiste medicina senza umanità, ma nemmeno umanità che basti a colmare l’assenza dello Stato. Questo è il vero dramma calabrese: un medico che piange per non poter salvare, e un malato che muore senza essere curato. Non per negligenza, ma per mancanza. Mancanza di tutto. La Calabria è diventata un luogo dove curarsi è un privilegio. Dove il dolore non fa notizia. Dove la morte, se non arriva per malattia, arriva per abbandono. Una terra meravigliosa, ferita. Terra di mari e monti, ma anche di silenzi e di una profonda indifferenza politica e istituzionale. Commissariata da diciotto anni, la sanità calabrese è l’emblema del tradimento dello Stato verso i suoi cittadini. È l’emergenza che diventa normalità.
È la malattia che uccide due volte: nel corpo e nella dignità. Commissariare la sanità non è come commissariare un Comune: qui non si gestisce un bilancio, si gestiscono vite. E ogni errore, ogni ritardo, ogni inadempienza, può significare solo una cosa: morte. E mentre la gente muore, lo Stato continua a inviare commissari. Funzionari con poteri straordinari e risultati straordinariamente nulli, che non avviano nuovi concorsi per reclutare nuovi medici. Tra gaffe pubbliche e incompetenza, tra sprechi e scandali, la sanità calabrese è diventata un campo di sperimentazione politica, non un luogo di cura. Nessuno ha mai pagato per i fallimenti clamorosi. Nessuno ha fermato il saccheggio delle risorse. Nessuno ha difeso i cittadini. Anche perché chi può – anche tra i politici - sa bene dove curarsi: cliniche private, fuori regione, fuori pericolo. E allora arrivano i medici cubani. Gesto simbolico. Sicuramente professionisti capaci, animati da spirito umanitario. Ma cosa sappiamo di loro? Quali sono le loro referenze, i loro titoli? Qual è il loro livello di preparazione specialistica?
Perché i medici cubani restano, mentre i primari calabresi si dimettono?
È una domanda che ci interroga profondamente. I cubani restano perché ne hanno bisogno. Perché per loro è un lavoro, uno stipendio, un’occasione e con ciò, inconsapevolmente, impediscono nuovi concorsi. Per i medici italiani, invece, restare significa diventare complici di un sistema che li schiaccia. Chi ama la propria professione, la propria terra, la propria coscienza, a un certo punto sceglie: dimettersi. Un atto doloroso ma coerente. Un grido. Un rifiuto. I medici cubani non conoscono la lingua, i protocolli, le dinamiche territoriali, ma accettano tutto. I medici italiani, formati in anni di studio e tirocinio, sono costretti ad andarsene, o vengono messi da parte. Non perché siano meno capaci, ma perché non hanno santi in paradiso. La meritocrazia è soffocata. La professionalità viene umiliata. Le carriere si decidono nei salotti politici, non nelle aule di anatomia. E così, lo Stato affida le corsie più delicate della Calabria a personale di cui non si conosce quasi nulla. In un Paese in cui per diventare medico si devono superare test estenuanti, si lasciano le vite dei pazienti in mano a chi non parla nemmeno italiano. È assurdo. È offensivo. È pericoloso. La Medicina è anche linguaggio, relazione, cultura. Non si può spiegare una diagnosi in una lingua che il paziente non capisce. Non si può rassicurare una madre, o interpretare il dolore di un anziano che parla solo in dialetto, se non si conosce quel mondo. Questa non è solo una crisi sanitaria. È una frattura democratica. Una ferita aperta nel cuore della Repubblica. La Calabria merita rispetto. Merita ascolto. Merita cura. E nessun popolo può continuare a soffrire in silenzio senza che qualcuno risponda. Prima che un’altra vita venga spezzata, ricordiamoci: un medico è prima di tutto un uomo. Un paziente, prima di tutto, è una vita.
Prof. Giulio Nicola Nardo
Università della Calabria