Omicidio del boss Marando, la Cassazione conferma: carenza di indizi nei confronti di Trimboli
La quinta sezione Penale della Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto dalla Procura distrettuale reggina avverso il provvedimento con cui il Tribunale della Libertà, su rinvio della Corte Suprema, aveva disposto la scarcerazione di Natale Trimboli, ribaltando la precedente pronuncia con cui lo stesso Tribunale, in prima battuta, aveva confermato la sussistenza della gravità indiziaria. Quest’ultimo provvedimento era stato annullato dalla prima sezione della Corte di Cassazione, che aveva riscontrato numerose criticità nel dichiarato accusatorio dei collaboratori Varacalli, Marando Rocco e da ultimo Domenico Agresta, sulla cui base era stata emessa l’originaria ordinanza di custodia cautelare.
La pronuncia con cui, per la seconda volta, la Cassazione, condividendo le osservazioni dell’avvocato Francesco Lojacono, difensore del Trimboli, ha rilevato l’inconsistenza della ricostruzione accusatoria formulata dalla Dda reggina, chiude il cerchio delle impugnazioni cautelari e interviene due giorni prima della data, prevista per il 4 ottobre prossimo, in cui è attesa la sentenza conclusiva del giudizio abbreviato nei confronti di Natale Trimboli e dei suoi coimputati.
A tutti viene attribuito il concorso nell’omicidio di Pasquale Marando, ultimo atto di una faida originata da dissidi intercorsi con i cognati Trimboli, suoi originari alleati nel traffico di stupefacenti, di cui la vittima era considerata uno dei più accreditati broker a livello internazionale. Secondo la tesi propugnata dall’accusa, al delitto avrebbe concorso anche Rosario Barbaro, che avrebbe istigato i Trimboli a commetterlo, per ragioni di supremazia mafiosa nel territorio di Platì, dove la vittima aveva assunto un ruolo di primo piano.
