Otello Profazio è morto questa mattina all’alba agli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria, dove era stato ricoverato in gravi condizioni. Era originario di Palizzi, ma era nato a Rende il 26 dicembre 1934 perché il padre era il capostazione di quella città. Aveva 88 anni. Ho avuto l’onore, non solo di conoscerlo, quanto soprattutto frequentarlo, attraverso un piacevole rapporto di amicizia, Fu il compianto Saverio Mancini, splendida figura di manager dello spettacolo che Vibo Valentia rimpiange (soprattutto oggi che in città pullulano fior di presunti, o meglio autoproclamatisi, direttori artistici), a presentarmelo. A quel tempo ero il dj delle Buche del 501, mitica discoteca che tra gli anni '70 e '90 fu un punto di riferimento non solo regionale, 501 hotel che per lui era una seconda casa. Già allora Otello Profazio era un monumento. L'emozione di conoscerlo, sebbene tanta, fu stemperata dal suo atteggiamento: diventammo amici, io abbeverandomi alla sua vasta cultura.

Intanto, quel giovane dj cresceva diventando giornalista col vizio della cultura, da promuovere oltre che dalla quale attingere e la lezione di Otello Profazio mi era stata preziosa: per vivere la quotidianità con a fianco la giusta dose di ironia facendo tutto con grande serietà ma senza mai prendersi troppo sul serio; essere promotore e organizzatore di eventi, artistici e culturali, sapendo che i protagonisti sono gli ospiti invitati senza esibizionistici protagonismi personalistici.

Perché lui era così: scanzonato, allegro, spassoso con gli amici; severo, rigoroso, esigente nel lavoro di artista; finanche antipatico, spocchioso con chi non rientrava nelle sue simpatie. Si dava con la generosità degli artisti, ma non si dava completamente e non con tutti.
Una chiacchierata con lui non era mai semplice, banale potendo offrire ai suoi interlocutori una gamma di aneddoti e storie, tutte affascinanti, anche grazie al suo modo di raccontare, da vero affabulatore.

Legato alla Calabria, mai la Calabria ha lasciato: non nei pensieri, nelle sue opere; non fisicamente, avendo trasformato la sua casa di Pellaro non solo in uno studio, ma anche un vero e proprio museo della musica etno-folk calabrese. Eppure era un artista di livello internazionale, il suo nome ed i suoi esordi vincente connessi alla storia di uno dei luoghi mitici della musica; il leggendario Folkstudio di Roma, il più importante live club italiano (folk, blues, jazz, canzone d’autore. Era l’ottobre del 1961, quando Harold Bradley, poliedrico artista venuto a Roma da Chicago, fondava il Folkstudio nel suo laboratorio di pittura, in via Garibaldi 58. In breve il locale divenne famoso in Italia e all’estero, artisti di tutto il mondo vi si esibirono per far conoscere i canti e le musiche del loro paese. Nella sede originaria di via Garibaldi 58 nel primo decennio, tra il 1961 ed il 1971) si esibirono straordinari artisti: quelli già conosciuti come Pete Seeger, Bob Dylan, Ravi Shankar, FolkStudio Singers; quelli divenuti poi famosi come Toni Santagata, Otello Profazio appunto, Pippo Franco; quelli prettamente popolari come Giovanna Marini, Matteo Salvatore, Rosa Balistreri; inoltre, il fior fiore del jazz italiano a cominciare da Carletto Loffredo, Pepito Pignatelli, Mario Schiano, Francesco Forti (poi, nella seconda, importantissima, di via Sacchi (1972-1991) si formarono artisti come De Gregori, Venditti, Rino Gaetano e Francesco Guccini registrò parte dell’album “Opera Buffa”.

Scrittore, giornalista (la sua striscia su Gazzetta del Sud rappresenta una raccolta della saggezza popolare) oltre che cantautore, tra i suoi brani più celebri; “Qua si campa d’aria”, “Colapesce”, “Il brigante Musolino”, “I paladini di Francia” e molti altri. Ha ricevuto il Premio Tenco nel 1987 e il disco d’oro per aver venduto oltre un milione di copie dell’album “Qua si campa d’aria”, unico cantante folk italiano ad aver raggiunto questo traguardo.

A me resta uno dei ricordi più belli e forti, quando, grazie ad un’idea del Lions Club di Vibo Valentia, ebbi modo di coordinare il suo concerto-confronto nel teatro della Casa Circondariale di Vibo Valentia. Era il 14 dicembre 2017, presidente Nicola Fusca. Fu una mattinata di emozioni, sentimenti, e partecipazione indimenticabili. Chissà ora, con la sua inseparabile chitarra, con chi starà cantando le sue storie…