Fiera di San Giuseppe, ultimo atto (FOTO)
A Cosenza ultimo giorno della storica fiera. È pienone sul viale che ospita gli stand.
Pesciolini abbondanti, boccheggianti, richiedenti asilo e aiuto dallo stretto acquario che li contiene tutti appena. Crepes adagiate da tre giorni sulla pentola di pietra super piatta, super antiaderente "provare per credere", colle magiche, aspirapolveri brevettate dalla Nato, borse Liu Jo da ultima collezione con il logo copiato alla perfezione, più originale dell'originale, non fosse per l'odore di petrolio contagiato dalle vicine Vuitton e Michael Kors. Ipnotica è la tribal house che scalda la domenica di nuova primavera. Si passeggia con i giubbotti pesanti al braccio, passeggini sul lato della carreggiata - sempre quello sbagliato - buste e scatole portate a mano con fatica e sudori. Il rivenditore di tajine è preso d'assalto. Venti euro a tajine, dice, quindici le piccole, dieci le minuscole e se insisti, nell'ultimo giorno della fiera di San Giuseppe, quei cinque euro, per il coccio grande, lo strappi non senza fatica. Venti euro per gli orecchini di radice di smeraldo della signora elegante, con gli occhialoni da Garbo e i modi da nobildonna, cinque per il panino imbottito, altri dieci per attrezzini da cucina e qualcosa al reparto piante e profumeria e lo shopping è completo. «Nuovissima, incredibile», dalla Puglia la venditrice col cappellino di cotone giallo e il microfono a bocca, ha quasi esaurito le batterie di riserva, stanca ma non tira le cuoia ancora, c'è da consumare l'ultimo giorno, il meglio, giurano, per fare affari. Lo straccio miracoloso di curiosi ne cattura a gruppi di tre che si dissolvono come la polvere che la pezza a strappo giura di tirare via quasi per sempre. Quasi. Dal Senegal la vendita "uomo a uomo" è sulle cinture e gli accendini, ma se gli scatti una foto qualcuno t'insegue anche. «Cancella, prego». Il venditore campano con gli abiti firmati è assediato da mamme e figlie a caccia del pezzotto Patrizia Pepe di riporto. «Sessanta euro al paio», dice il padrone del banco, e stragiura che quei sandali sono a prezzo stracciato, ché a Napoli le vende quasi al doppio, ma il marito della signora con la Burberry's a mano storce il naso, «Sessanta? Siamo sempre ara fera, Lucià...», e si tira fuori dalla decisione per evitare discussioni «tanto alla fine, decidono loro». Ultimo giorno di fiera, quando al giovedì ci si era ripromessi su ogni santo del cielo che mai e poi mai ci si sarebbe avventurati nella giungla della domenica per fare acquisti lungo il viale invaso fino all'ultimo centimetro di asfalto. Promessa vanificata subito. Oggi il colpo d'occhio su viale Mancini li vuole tutti lì, i cosentini, impregnati di vaniglia e zucchero filato, del kebab con cipolla agrodolce e patate fritte, di arachidi tostate e mele caramellate di un rosso nucleare. Il rivenditore peruviano piacerebbe a Tarantino, ha il solito cappellone a falde ampie e il viso da mocassino tirato dal sole. Nel suo banco tira sempre vento tra gli scacciapensieri di piume verdi, c'è odore di cuoio e menta come in un santuario, e sembra che da un momento all'altro si metta a leggere il futuro tra i sassolini. Ma chiede solo se per quindici euro ti compreresti il gilet con il cactus ricamato. Allora si tira vanti perché il cammino verso il vimini è ancora troppo lungo.
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