Il bancomat della Provincia: così il vicepresidente trasformava le presunte tangenti in caviale e auto di lusso
Terremoto politico in Calabria. L’inchiesta, culminata con l'arresto del politico, scoperchia un calderone di appalti pilotati e consulenze fittizie finalizzate a rimpinguare il portafoglio privato
Non un semplice caso di corruzione, ma un vero e proprio "drenaggio" sistematico di risorse pubbliche. L’inchiesta “Teorema”, culminata oggi con l'arresto di Fabio Manica, ex vicepresidente della Provincia di Crotone, scoperchia un calderone di appalti pilotati e consulenze fittizie finalizzate a rimpinguare il portafoglio privato della politica locale.
Il cuore del sistema risiedeva nella frammentazione degli incarichi. Per evitare i controlli più rigorosi e le gare d'appalto aperte, il sodalizio puntava su affidamenti fiduciari diretti, quasi sempre al di sotto dei 40.000 euro.
I finanzieri hanno isolato almeno 30 assegnazioni sospette tra Provincia e comuni dell'hinterland (Crotone, Cirò Marina, Isola Capo Rizzuto). Gli elementi che hanno tradito il patto criminale erano sempre gli stessi: ribassi ridicoli, con offerte con sconti minimi, tra l’1% e il 5%, determine scritte in modo generico per giustificare la scelta dei soliti noti e una galassia di professionisti legati da vincoli di parentela o affari, tutti riconducibili alla figura di Manica.
Ma come facevano i soldi pubblici a finire nelle tasche del vicepresidente senza destare sospetti? La Procura, guidata da Domenico Guarascio, ha ricostruito un meccanismo di volturazione in quattro fasi:l'ente pubblico liquidava la parcella al professionista compiacente, il professionista girava gran parte della somma alla Sinergyplus Srl (società che gli inquirenti ritengono schermata e gestita occultamente da Manica) giustificando il pagamento come "consulenza secondaria". Poi i fondi passavano dai conti della società a quelli personali di Giacomo Combariati (rappresentante legale della Srl, anch'egli finito in carcere) mentre l'ultimo miglio vedeva il denaro confluire su un conto corrente che, seppur intestato a Combariati, era nella totale disponibilità di Fabio Manica.
Secondo le intercettazioni e l'analisi dei flussi finanziari, quel denaro sottratto alla collettività — circa 240mila euro — non serviva per scopi politici, ma per finanziare uno stile di vita agiato. Le "spese personali" contestate spaziano dall'acquisto di autovetture al pagamento di polizze assicurative, fino a un lungo elenco di viaggi, pranzi e cene di lusso.
L'ordinanza firmata dal gip Assunta Palumbo ha blindato l'impianto accusatorio: carcere per Manica e Combariati, domiciliari per i collaboratori stretti (Luca Bisceglia e Rosaria Luchetta) e divieto di dimora per Francesco Manica. Un terremoto giudiziario che conferma come la Pubblica Amministrazione venisse utilizzata come un bancomat privato, schermato da una fitta nebbia di fatture false e amicizie di comodo.
