IL COMMENTO - A Vibo brandelli di emozioni davanti all'edicola che non c'è più
È successo, proprio oggi è successo. Prima o poi doveva accadere, ma non ne immaginavo la reazione. È successo.
Dovevo incontrare un vecchio amico e per telefono ci diamo appuntamento: “Dove ci vediamo? - “In piazza Municipio” - “Sì, da che parte? Dove?”.
Dove?
Lo smarrimento mi ha assalito: fino a pochi giorni avrei detto quel che per cinquant’anni, per una vita ho sempre detto… “Ci vediamo all’edicola”, avrei detto, ma oggi? Dove?
Da qualche giorno, l’edicola non c’è più!
Chiusa e abbandonata ormai da qualche tempo, era rimasto un ingombro e, considerato come tale, l’edicola è stata demolita. Nell’ambito di un giusto, doveroso programma di riordino e decoro urbano, era inevitabile che fosse demolita, ma…
Un simbolo della città, di intere generazioni è stato cancellato con un colpo di ruspa!
Perché quell’edicola, non era un’edicola: era “l’edicola”. Altre in città ci sono e ci sono state, altre ci saranno, rimarranno, ma… quella era “l’edicola”.
Quando fu installata, rappresentò un passaggio epocale: l’evoluzione della comunicazione, il progresso dell’informazione. Non più relegata, al meglio affiancata, ad altro materiale in uno dei negozi-bottega del tempo. No, l’informazione dove avere un suo luogo deputato mentre cresceva di pari passo con la crescita sociale e culturale del territorio. Assumeva così una dignità maggiore parallelamente alla crescita delle testate giornalistiche, rappresentanti e custodi di un pluralismo di idee che è - come sempre è e sarà, deve essere – linfa per ossigenare la democrazia, migliorare il respiro libero di una società libera. L’edicola era il tempio dell’informazione ed il termometro del grado di democrazia, di libertà, di una società: più è ricca, più è carica di libri e giornali, maggiore sarà il tasso di libertà e di democrazia.
Anche la scelta di posizionamento di questa edicola era stata una felice intuizione: nel punto di aggancio tra le strade e la piazza, tra il traffico delle auto ed il passeggio, in quella piazza che all’epoca era punto di riferimento, ritrovo, occasione di incontri, scambio di idee, confronto di opinioni. E di crescita.
Di crescita anche fisica, anagrafica. Da bambini arrivavamo di corsa con le monete in mano per acquistare le figurine, quelle bustine Panini che aprirle era un’emozione perché scoprivi i volti dei calciatori, di quello che era il proprio idolo oppure l’eroe nemico… e poi gli scudetti delle squadre, quasi sempre dorati, e l’album che era un’impresa completarlo e sfogliarlo era sempre un brivido... di passione.
Col tempo, crescendo, si andava per acquistare il quotidiano, la cui scelta rappresentava un’identificazione politica e culturale, raffigurava quella diversità che era il sale delle discussioni e dei confronti… anche accesi.
E poi, i settimanali, le riviste specializzate, ed ancora… la sbirciatina in quell’angolo riposto, quasi nascosto dell’edicola dove si custodivano, con opportuna discrezione, le “riviste proibite”, quelle che desideravi sfogliare ma non si poteva e la vergogna era tale che si diventava rossi in faccia anche se solo si scopriva che il tuo sguardo era finito proprio là.
L’edicola era vita, vita vissuta: era la vita che si dipanava dinanzi ed intorno a noi.
Guardavo quel vuoto oggi e comprendo come sia pure questo un simbolo dei tempi. Quel vuoto è un simbolo… di oggi, dell’oggi così com’è!
Guardavo quel vuoto e, nel cercare di capire come rappresentarlo, nei miei pensieri, è tornata in mente una vecchia canzone di Claudio Baglioni, Lampada Osram
Claudio Baglioni lo sapeva, già allora lo viveva.
Come il nostro “ci vediamo all’edicola”, per lungo tempo a Roma luogo di appuntamenti è stato il mega lampione della Lampada Osram (anche a me è capitato di darsi appuntamento proprio lì!). Era posizionata di fronte alla Stazione Termini, punto di ritrovo e di attese ansiose. Un palo molto alto, fatto installare da quella società nel 1960, in occasione delle Olimpiadi di Roma, un enorme lampione che, oltre a illuminare la piazza divenne punto di incontro per molti romani. Ci si beccava con gli amici: “a Termini, sotto la lampada Osram”, così come a Vibo Valentia era “in piazza, davanti all’edicola”, luogo anche dei primi incontri di amori adolescenziali… e poi chissà!
Baglioni, in quel brano, ne cantò il valore simbolico, che, come la nostra edicola, era luogo d’appuntamento e nell’attesa posto in cui ci si lasciava trasportare dalle emozioni. Come raccontato dal cantautore romano, è il crepuscolo di una sensazione, un brandello ancora umido di ricordi che vanno scomponendosi in rivoli di pura emozione.
Passa inesorabile il tempo portandosi via simboli ed immagini ed in pochi rimarrà il ricordo e con esso il valore emotivo di quella struttura, sotto la quale ci davamo appuntamento cinquant'anni fa: ci vediamo all’edicola… quante volte lo abbiamo detto nella speranza che lei o lui non ci desse buca già al primo appuntamento?
Adesso è l’edicola a darci buca!
