Estorsione al Lido degli Aranci di Bivona, il figlio dell'ex boss Lo Bianco risponde al Gip
Ha risposto alle domande del gip e ha respinto le accuse Domenico Lo Bianco, 59 anni, fratello di Paolino Lo Bianco e figlio dell'ex boss Carmelo, alias "Piccinni", deceduto qualche anno fa in carcere a Parma. L'uomo, assistito dall'avvocato Santo Cortese, è stato arrestato e portato nel carcere di Vibo perché coinvolto nell'inchiesta "Imponimento" contro il clan Anello di Filadelfia e, in particolare, in una presunta estorsione che ruota introno al Lido degli Aranci di Bivona.
Appropriazione di un'abitazione del resort. Nel corso dell'udienza di convalida del fermo, avvenuta nella casa circondariale di Vibo, Lo Bianco ha cercato di chiarire la sua posizione. Secondo la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, che lo accusa di associazione mafiosa ed estorsione ai danni dell'imprenditore Antonio Facciolo subentrato alla gestione del resort, il 59enne si sarebbe appropriato indebitamente delle chiavi di una casetta ubicata all'interno del villaggio-vacanze. Da quanto emerge dalle carte, Facciolo si sarebbe rivolto in un'occasione a Tommaso Anello, esponente di spicco dell'omonimo clan di Filadelfia, per le restituzioni delle chiavi dell'appartamento.
La difesa. Lo Bianco ha chiarito dinnanzi al gip di Vibo Valentia ed in presenza del proprio legale che non vi è stata nessuna appropriazione dell'immobile e nessuna attività estorsiva posta nei confronti del Facciolo. Al giudice ha quindi ribadito di utilizzare quella casa da circa 15 anni cioè dai tempi dell'alluvione che colpi il villaggio con il consenso dei vecchi proprietari per i quali ricopriva il ruolo di factotum svolgendo lavori di giardinaggio, di pulizia e di manutenzione generale. Per questo motivo, il Lo Bianco anziché ricevere un corrispettivo in denaro per l'attività lavorativa espletata ha usufruito della casetta. Al giudice ha anche ribadito che Facciolo non gli ha mai chiesto le chiavi dell'immobile altrimenti gliele avrebbe restituite senza nessun problema.
Il summit per chiarire le “incomprensioni”. Le indagini dell'inchiesta "Imponimento" hanno documentato, peraltro, alcuni specifici “summit mafiosi”, finalizzati a “chiarire disguidi o incomprensioni riguardanti", tra cui uno riguardante "le pretese dei gruppi criminali dei Lo Bianco e dei Tripodi nei confronti di un imprenditore del settore turistico, Antonio Facciolo, ritenuto organico alla consorteria Anello”. A questa riunione avrebbero preso parte, tra gli altri, anche Domenico Lo Bianco, Paolino Lo Bianco e Vincenzo Barba. Questi ultimi due avrebbero sostenuto Domenico Lo Bianco e criticato Facciolo per essersi rivolto agli Anello e per non essere riconoscente nei loro confronti per averlo aiutato ad ottenere la gestione del Lido degli Aranci. Il summit si è poi concluso - scrivono gli inquirenti - con la decisione, presa all'unanimità, che il clan di Vibo rinunciasse alla casetta di cui Lo Bianco si era impossessato e che il denaro che la cosca aveva preteso, a titolo estorsivo, fino ad allora, da quel momento in poi venisse consegnato ai Tripodi, in quanto territorialmente "competenti".
