OPINIONI | Risorgi Vibo Valentia, per regalare ai tuoi figli un domani migliore
Il carattere straordinariamente “democratico” delle pandemie è un raro insegnamento che solo simili eventi riescono a trasmettere all’ umanità ponendo la stessa, parimenti e nella sua interezza, sul medesimo livello. Nel V a.C. Pericle moriva di peste emorragica al pari dei Teti, la quarta ed ultima classe sociale della sua gloriosa Atene; nel XVIII d.C. Luigi, per tutti Il Beneamato, Re di Francia moriva di vaiolo al pari dei suoi sudditi; oggi il Covid-19 è arrivato a colpire finanche i Capi di Stato delle potenze mondiali al pari del più povero dei cittadini. Ed è nell’ unicità di questi eventi che si riscopre l’ incontrovertibile fragilità dell’ Uomo rispetto alla Natura, come magistralmente delineato nel celebre dialogo tra la Natura e l’ Islandese.
Il capitalismo nasce ufficialmente nel momento in cui James Watt inventa e brevetta il moderno motore a vapore alimentato a carbone. Tuttavia le sue prime forme risalgono all’ epoca della rivoluzione protoindustriale del tardo Medioevo allorché si svilupparono nel settore tessile delle parvenze di libero mercato in cui gli artigiani vennero ridotti a operai salariati al servizio di una nuova figura di padrone, appunto il capitalista. Questi metteva loro a disposizione gli strumenti necessari, principalmente i telai, e li riuniva in un unico ambiente di lavoro traendo così vantaggio dalle economie di scala derivanti dallo sfruttamento dell’ energia eolica e idrica generate dai mulini a vento e dai mulini ad acqua. A partire da quel momento fino ad arrivare ai tempi attuali, il capitalismo si è sviluppato esponenzialmente e mai come oggi si è imposto nel tessuto sociale, andando sovente a discapito persino dei valori umani: quasi ogni singolo aspetto della nostra vita viene portato nella sfera economica, codificato, prezzato e quindi scambiato sul mercato. Nelle ricche realtà industriali e finanziarie del pianeta, dove a prevalere è la logica del profitto sic et simpliciter, si vive sempre più di ritmi forsennati, intelligenza artificiale, dottrina dot-com fino a scadere poi nel più ridicolo esibizionismo dei social influencer e nella più diffusa superficialità.
Sia ben chiaro, ritengo di primaria importanza nonché di assoluto obbligo etico e morale impostare la propria vita sul lavoro, qualunque esso sia purché svolto con intransigibile onestà e genuina passione; esalto l’ineguagliabile dignità che solo il sacrificio può rendere a ciascuno di noi; altresì sposo appieno il mondo imprenditoriale nutrendo eccelsa stima per i grandi capitani d’ azienda senza i quali sarebbe impossibile creare lo sviluppo e il progresso che garantiscono il futuro e la crescita delle nazioni. Quello che io non condivido sono invece le odierne forme estreme di capitalismo che ledono la dimensione umana ponendola in subordine alle spietate regole del business. Uno dei libri più belli che abbia mai letto è sicuramente “Pane e Polvere” dedicato al sacrificio dei minatori di Capistrello, un paese d’ Abruzzo i cui figli operano da sempre nella realizzazione di grandi tunnel in giro per il mondo a servizio delle eccellenze italiane del settore costruzioni. Le genti di questo borgo partono in giovane età, trascorrono buona parte della loro vita in sotterraneo vedendo raramente la luce del sole e in qualche caso, purtroppo, senza fare mai più ritorno a casa. La loro umiltà e il loro senso del dovere al pari dei figli di Lettomanoppello, altro paese d’ Abruzzo che presta invece all’ Italia gli acrobati delle dighe, sono un esempio cui personalmente mi ispiro nella mia quotidianità professionale ancor prima che ai ricchi e famosi businessmen che appaiono sulle copertine di Forbes.
In questo doloroso periodo durante il quale gli ospedali sono colmi di pazienti gravemente malati e sono state diffuse al mondo intero le drammatiche immagini delle fosse comuni di Hart Island o dei mezzi dell’esercito italiano che trasportavano i feretri, sono rimasto attonito nel vedere le code alla riapertura dei negozi Hermès e Chanel in Cina, manifestando il vergognoso fenomeno della spending revenge. Altrettanto attonito nonché disgustato nel notare come in tanti stiano cercando di inserirsi nel mercato della compravendita di mascherine al fine di trarre massima marginalità economica e speculativa da una situazione emergenziale devastante. Queste vicende paradigmatiche umiliano la moralità delle persone perbene e, insieme a tutti gli altri aspetti sovradescritti, non possono non portarci ad un’ accurata riflessione ed introspezione al fine di ritrovare in noi stessi la bellezza del cuore, della ragione, della fede alla quale tutti noi dovremmo tendere a prescindere, ma ancor più alla luce di quanto sta accadendo.
Siamo nati e cresciuti a Vibo Valentia, una città che con metodica puntualità si colloca all’ ultimo posto delle classifiche nazionali, oggetto di comicità satirica, un’ economia al collasso, i giovani che fuggono, un’ atmosfera sottesa di malinconia per i bei tempi che furono. Eppure io, che vivo in una delle realtà simbolo del capitalismo, dove la trasmissione del virus viaggia alla medesima velocità dei ritmi incalzanti della borsa e della finanza, posso piacevolmente riscontrare come, nonostante le evidenti difficoltà, la Nostra Città sia da questo punto di vista un’ oasi felice perché lontana dalla scellerata frenesia e dalla illogicità di talune realtà c.d. business oriented. Una serata trascorsa nei locali della, se così si può definire, movida notturna vibonese, assistere ad una partita di serie c al comunale Luigi Razza, una passeggiata sul Nostro corso o alle salubri pendici del Nostro castello hanno a mio avviso un significato ben più piacevole e profondo che una stupida coda in pieno stile ovino per avere la prelazione su una borsa Birkin o Kelly.
Abbiamo un tesoro, che risponde al nome di Vibo Valentia, di cui dovremmo prendere contezza e che, una volta superata questa delicatissima fase, sarebbe bello valorizzare al meglio. Ma abbiamo un altro tesoro, ancor più grande del precedente, e sono i Vibonesi: ovviamente mi riferisco a quel volto pulito, onesto e diligente che rappresenta la più parte dei Cittadini e che non di rado viene immeritatamente etichettato e deriso. Quantunque sia andato via tanti anni orsono, il tempo e la distanza non hanno mai eliso i ricordi della mia morigerata infanzia, dell’ amore della mia famiglia, dell’ affetto dei miei più cari amici, degli insegnamenti di Mio Papà… sono i miei più privilegiati ricordi in virtù dei quali non ho mai voluto divellere le mie radici dalla Mia Terra Natia. Oggi, per rilanciare il territorio e restituirgli i fasti che merita, ritengo sia d’ uopo uno sforzo congiunto e unidirezionale da parte della politica, della categoria imprenditoriale, di ogni singolo cittadino, ciascuno per le proprie competenze e per i propri ruoli.
Non serve ambire a diventare una potenza economica, non serve forzare il carattere della Natura, non serve autoimporsi gli estenuanti ritmi di cui sopra, sarebbero d’ altronde degli obiettivi utopici. È sufficiente puntare ad una progressiva e quanto mai sana ricrescita, con convinzione, responsabilità e tanta tanta umiltà: il fine ultimo non può e non deve essere solo quello di generare utili e benessere economico di cui comunque, al netto di ogni ipocrisia, riconosco l’ importanza, ma occorre altresì traguardare la ben più nobile ambizione di regalare ai Nostri Figli un domani migliore in cui possano riscoprire gli antichi principi, l’ importanza della cultura, del lavoro onesto, dell’ amore per la terra che li circonda, della sua vitale eco-sostenibilità: sono esattamente quei valori che la Nostra Città mi ha offerto durante i meravigliosi anni in cui vi ho vissuto e che resteranno indelebilmente allibrati tanto nella mia mente quanto nel mio cuore.
Sarà anche una chimerica speranza, ma è giusto crederci. Aspettando tempi migliori, Risorgi Vibo Valentia.
