Illustrato il contesto criminale in cui è maturato l'agguato. La responsabilità confermata dal dna. Scardecchia: "Disegni criminosi portati avanti con determinazione". 

“L’importanza di quest’attività giudiziaria è quella di aver dato un volto ad uno degli assassini di un efferato fatto di sangue avvenuto a Sant’Onofrio nel 2004 ma anche di aver fornito una lettura di ciò che avveniva in quel periodo all’interno del gruppo criminale Bonavota”. Così il procuratore aggiunto, Giovanni Bombardieri, che nel corso della conferenza stampa ha illustrato i contorni e il contesto criminale in cui è maturato l’omicidio di Domenico Di Leo, freddato con diversi colpi di kalashnikov nell'estate del 2004.

L'omicidio.  “L’omicidio di Domenico Di Leo – ha spiegato il procuratore Bombardieri – è avvenuto il 12 luglio del 2004 con modalità efferate. Sul posto sono stati rinvenuti 45 bossoli esplosi tra kalashnikov, pistola calibro 7,62 e fucile. È un omicidio che sin da allora si innestava in una serie di fatti di sangue che hanno insanguinato il territorio vibonese dai primi mesi di quell’anno. La rilevanza di questa attività nasce però dalla metodologia che ci ha permesso di accertare il reato. Siamo infatti di fronte ad una responsabilità confermata attraverso esami tecnico-scientifici quali la comparazione del dna”.

Un passo indietro. “All’epoca – ha proseguito il procuratore - furono trovati all’interno dell’autovettura utilizzata dai killer per realizzare l’omicidio quattro paia di guanti in lattice insieme ad un fucile automatico, un kalashnikov e delle bottiglie di plastica. Gli esami svolti allora hanno consentito di repertare tracce di dna che oggi attraverso la comparazione con quelle dell’indagato Francesco Salvatore Fortuna hanno dato esito di perfetta sovrapponibilità e quindi ci consentono di affermare che è lui uno degli autori dell’omicidio”.

Il precedente. “Francesco Salvatore Fortuna si era già reso latitante per diversi mesi in sede di esecuzione di un’ordinanza cautelare alla fine del 2007 ed era stato arrestato poi in un’abitazione al cui interno è stato trovato un kalashnikov e numerose armi da fuoco”.

L'identikit. “Si tratta di un soggetto ritenuto un killer della cosca facente capo al gruppo Bonavota di Sant’Onofrio e di questo abbiamo contezza grazie a dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia che collocano all’interno del gruppo criminale il Fortuna. Uno degli ultimi collaboratori di quell’area, Raffaele Moscato, recentemente ha reso dichiarazioni in ordine alla caratura criminale di Fortuna descrivendolo come un killer sanguinario e molto attento a non lasciare tracce della sua presenza sui luoghi dei reati. Moscato parlava quasi di un’ossessione maniacale dell’indagato nel portare con sé i mozziconi di sigaretta che fumava o le bottigliette d’acqua che sorseggiava per evitare di lasciare tracce a lui riferibili di dna. I carabinieri sono stati molto abili quindi nel repertare le tracce di dna”.

FORTUNA francesco SalvatoIl retroscena.  “Fortuna si colloca all’interno del gruppo criminale dei Bonavota e le ragioni dell’omicidio si innestano in una fibrillazione all’interno del clan. In quel periodo Domenico Di Leo viene descritto come una persona che cercava un’affermazione personale all’interno del gruppo e aveva dissidi con i maggiorenti del gruppo stesso. Da un lato, per interessi commerciali legati al tentativo di avviare un’attività economica propria in un luogo in cui era invece prevista un’attività economica dei Bonavota; dall’altro in ragione di vicende personali che legavano la vittima a Bonavota Pasqualino e inoltre della ritenuta responsabilità in quell’ambito criminale del danneggiamento di una concessionaria di auto che si ritiene potesse essere oggetto di tutela da parte del clan Bonavota. Abbiamo quindi una serie di moventi che rendevano Di Leo un soggetto non più gradito al’interno della sua stessa area criminale di appartenenza, dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e captazioni che hanno avuto ad oggetto lo stesso suocero, Antonio Bonavota, il quale pur essendo parente ed appartenente alla cosca, commentava amaramente e con rassegnazione l’eliminazione del genero che lasciava la figlia e bambini piccoli”.

L'ambiente criminale. “Un gruppo di criminalità organizzata di cui abbiamo varie tracce e di cui si parla in più procedimenti, sebbene allo stato non ci sia un’affermazione giudiziaria definitiva sulla consistenza della cosca. Nell’operazione “Uova del drago” c’è stata una sentenza di primo e secondo grado successivamente c’è stato un ricorso in Cassazione che aveva decretato l’annullamento della pronuncia di secondo grado e infine in sede di rinvio c’era stata l’assoluzione. Noi però abbiamo dichiarazioni, in ultimo quelle del Moscato, facente parte del gruppo dei Piscopisani, alleati dei Bonavota, il quale fa riferimento a sue conoscenze dirette ed all’emergenza criminale del clan”.

Il quadro investigativo. “Abbiamo contestualizzato l’omicidio del Di Leo – ha chiarito il colonnello Daniele Scardecchia, comandante provinciale dei carabinieri di Vibo Valentia - nell’ambito delle indagini svolte a proposito del danneggiamento subito dalla cooperativa “Talitha Kumi”, gestita a scopi benefici anche da religiosi e sotto estorsione dei Bonavota. Il materiale raccolto e ottenuto attraverso attività di captazione ci ha permesso di contestualizzare quell’omicidio. L’operazione "Talita Kumi" si concluse a gennaio del 2014 con il fermo disposto dalla Dda di Catanzaro ed eseguito dai carabinieri dei vertici del clan Bonavota che avevano ordito questa estorsione in danno della cooperativa”. Il riferimento è al taglio di mille piante d’ulivo risalente al 2011. “Il secondo elemento che vorrei sottolineare – ha continuato il comandante provinciale - è che abbiamo a che fare con persone estremamente determinate nel portare a termine i loro disegni criminosi tra cui spicca pure il suocero della vittima, il quale afferma “Se uno deve morire, deve morire”. I Bonavota infatti non tolleravano insidie interne al loro clan. Dodici anni sono passati – ha concluso - ma questo dimostra che l’opera paziente e duratura dello Stato porta a ciascuno le proprie risposte”.