di VINCENZO VARONE

E’ successo   ancora. Il maltempo ha messo in luce ancora una volta le mille carenze di una Calabria che puntualmente dopo ogni temporale fuori della norma  si scioglie come neve al sole.  Tutto questo perché negli ultimi anni è prevalsa sempre più  irresponsabilmente da parte di  chi ricopre ruoli di governo  ai più alti livelli, e non certo dei sindaci dei piccoli paesi che oggi si ritrovano senza risorse e con sulle spalle un’infinità di responsabilità,  l’arrogante  e iniqua  politica dei tagli che ha contribuito al totale abbandono del  territorio: strade e piccole contrade di campagna in primis.   A ciò bisogno aggiungere gli sporchi interessi -  di chi per motivi di speculazione e, quindi, di  guadagno -  ha sistematicamente violentato il territorio anche grazie al silenzio complice di chi per quieto vivere ha preferito far finta di non vedere.


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Ed ecco davanti agli occhi di tutti il risultato: una serie infinita di allagamenti e di  frane e qualche volta, purtroppo, anche  di morti  come è accaduto a  San Pietro Lametino.  A seguire,  come da copione,  stanno già  andando in onda  i soliti impegni solenni;  i   telegrammi di solidarietà e le tavole rotonde copia e incolla; le visite istituzionali e il solito rimpallo delle responsabilità.

Ma  una volta trascorsi  questi giorni di lutto e di dolore   e soprattutto una volta che non ci saranno più le telecamere a “certificare” l’indignazione del politico di turno e del solito salvatore della patria tutto tornerà   esattamente come prima. Il che significa che si  continuerà a non muovere foglia fino alla prossima ondata di maltempo. Un continuo oltraggio alle vittime, ai loro familiari, a chi ha subito danni  e al buon senso.

Giustino Fortunato  nel 1904 era stato tra i primi a lanciare l’allarme:  “La  Calabria è – ci ha lasciato scritto a futura memoria il grande storico meridionalista -  uno sfasciume pendulo sul mare”.  Una grande verità, ma  che come tutte le  vere  verità dalle nostre parti non ha mai trovato fino adesso ascolto. Il motivo è presto detto: non  bisogna  in alcun modo turbare l’ordine costituito  e il sonno comodo e interessato dei padroni del vapore per i quali la precarietà ad ogni livello è -   per loro si intende -   ricchezza, sostanza e pompa magna.