"Se dovesse vincere il SI, il Senato non verrà più eletto dal popolo e sarà composto da 100 membri di cui 95 eletti dai Consigli regionali e 5 nominati dal Presidente della Repubblica"

di ALESSANDRO DE SALVO

È ormai noto che le banche d’affari e la grande finanza propendano per la vittoria del si al prossimo referendum costituzionale. Come mai? Cosa ci guadagna la famelica finanza internazionale? Apparentemente poco o nulla. In realtà gli investitori preferiscono che gli Stati abbiano assetti istituzionali il meno democratici possibili, rappresentativi di interessi particolari più che generali e, quindi, maggiormente vicini alle loro esigenze. E in effetti questa riforma riduce la Democrazia, senza se e senza ma.
alessandro-de-salvoSe dovesse vincere il si, il Senato non verrà più eletto dal popolo e sarà composto da 100 membri di cui 95 eletti dai Consigli regionali e 5 nominati dal Presidente della Repubblica; inoltre le proposte di legge d’iniziativa popolare dovranno essere presentate da 150 mila elettori e non più dagli attuali 50 mila. Viene altresì rafforzato il cosiddetto vincolo esterno europeo per effetto della riformulazione degli articoli 55, 70 e 117. A tal proposito, com’è tristemente noto, l’ordinamento dell’Unione europea, cui viene sottoposta la legislazione nazionale e regionale, è improntato su criteri totalmente antidemocratici. Basti osservare che il potere di redigere proposte di atti legislativi spetta alla Commissione europea, che non viene eletta dai popoli, e che tutti gli Stati della zona euro sono finanziariamente subordinati ai mercati finanziari non potendo ricevere finanziamenti dalla Bce.
In caso di vittoria del no è quindi possibile un rialzo dello spread, poiché lo stesso è un indicatore della fiducia che i mercati hanno di uno Stato, ma proprio per le medesime ragioni che spingono i mercati a preferire il si, per il popolo sovrano votare no diventa un imperativo categorico.