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Si chiude, con un nulla di fatto, l’ultimo capitolo giudiziario che vedeva protagonista Francesco Patitucci, figura apicale delle consorterie mafiose cosentine. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso straordinario presentato dalla difesa, confermando definitivamente la condanna all'ergastolo per il duplice omicidio di Francesco Lenti e Marcello Gigliotti, avvenuto il 2 febbraio 1986.

Il crimine, consumato in una stagione di violenza estrema, è stato ricostruito dagli inquirenti come l'esecuzione di un ordine brutale emanato dal carcere. Il mandato di morte, secondo le sentenze passate in giudicato, sarebbe partito dal boss Franco Pino, allora detenuto a Reggio Calabria, e veicolato all'esterno tramite la convivente Angela Drago. Patitucci avrebbe svolto il ruolo chiave nell'esecuzione: attirando le vittime nella propria abitazione, ne avrebbe facilitato l'uccisione per poi completare l'azione omicidiaria in località Falconara. Una condanna basata sulla tenuta delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonio De Rose, corroborate da riscontri di altri pentiti e da indagini di polizia giudiziaria.

La difesa, rappresentata dagli avvocati Marcello Manna e Giuseppe Di Renzo, aveva tentato la carta del ricorso straordinario ex art. 625-bis del c.p.p., ipotizzando l'esistenza di "errori di fatto" — vere e proprie sviste percettive — che avrebbero invalidato la decisione di legittimità dello scorso anno. Quattro i pilastri su cui poggiava l'istanza: dal presunto ruolo marginale di De Rose nel rinvenimento dei corpi, alla contestata dinamica dei ruoli tra mandanti ed esecutori, fino alle presunte incompatibilità tra la perizia medico-legale e la ricostruzione dell'evento, e al travisamento delle parole della vedova di Gigliotti.

La Corte, accogliendo le richieste del sostituto procuratore generale Giuseppe Sassone, ha smontato punto per punto la strategia difensiva. Nel rigettare l'istanza, i magistrati hanno ribadito un principio cardine: l’"errore di fatto" deve essere una svista materiale e palese, non una diversa interpretazione delle prove.

Per i giudici, le censure sollevate dalla difesa non erano sviste, bensì tentativi di rimettere in discussione valutazioni già ampiamente vagliate nei precedenti gradi di giudizio. In particolare, è stata giudicata infondata la tesi secondo cui la perizia medico-legale fosse stata ignorata: al contrario, essa è stata valutata nel contesto dell'intero compendio probatorio, non come dato isolato. Anche in merito alle dichiarazioni dei collaboratori e alle dinamiche del delitto, la Suprema Corte ha ravvisato una tenuta argomentativa solida, bollando come generiche le doglianze sul presunto omesso esame di alcuni motivi.

Con questa pronuncia, la porta della legalità si chiude definitivamente per Patitucci anche se la difesa valuta la strada della revisione del processo. La condanna all'ergastolo resta immutata, cristallizzando una delle pagine più cupe della storia giudiziaria del Cosentino, confermando come, anche a distanza di decenni, la giustizia riesca a definire le responsabilità di una delle fasi più sanguinose del dominio mafioso.