Il barone è stato ucciso intorno alle 19 del 23 marzo 2013 nel suo studio a Gioia Tauro: tre pistolettate calibro 7.65 che hanno colpito l'anziano al viso e al collo

di FRANCESCO ALTOMONTE

Un omicidio, una pistola scomparsa, una violazione di sigilli, un'inchiesta smontata pezzo dopo pezzo dal Tribunale del Riesame e mai appellata dalla procura di Palmi. Ce n’è quanto basta per definire l’omicidio del barone Livio Musco un vero e proprio giallo. Un giallo che sembrava essere stato risolto il 7 ottobre dello scorso anno, quando i carabinieri della compagnia di Gioia Tauro avevano arrestato il 77enne Teodoro Mazzaferro, considerato dalla procura di Palmi il presunto autore materiale dell'omicidio. 

Qualcosa non quadra Nel comunicato diramato dagli inquirenti subito dopo l'operazione, però, emerge un dato non del tutto chiaro: c'è un altro indagato, per il quale il gip del Tribunale di Palmi non ha concesso l'arresto. Leggendo l'ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminare quel nome viene fuori: si tratta del nipote del barone Musco, Domenico Berdji, che risulta indagato a piede libero. Il gip ritiene, infatti, che gli elementi raccolti a suo carico dagli investigatori non bastino a autorizzare l'arresto del giovane. 

Livio Musco

L'omicidio Facciamo un passo indietro, per capire il terreno accidentato sul quale si sono mossi carabinieri e procura prima di giungere all'incriminazione dei due uomini e arrivare poi alla pronuncia del Tribunale della libertà di Reggio Calabria che ha messo la parola fine (almeno per il momento) a un'indagine durata tre anni. Il barone Livio Musco è stato ucciso intorno alle 19 del 23 marzo 2013 nel suo studio a Gioia Tauro: tre pistolettate calibro 7.65 che hanno colpito l'anziano al viso e al collo.

Le indagini Tutto quello che riguarda la vita (e la morte) del barone Livio Musco e della sua famiglia non può di certo essere catalogato come “normale”. Una parte delle indagini si concentrò da subito sulla famiglia, nobile stirpe intruppata da anni in guerre intestine per l’enorme lascito del capostipite Ettore e del fratello di quest’ultimo, Mario Domenico. Quel 23 marzo 2013, nel palazzotto di famiglia nel centro cittadino c’erano suo fratello Giuseppe e il nipote, Domenico detto Berdji. E i carabinieri della città del porto, infatti, concentrarono l’attenzione proprio su di loro, il movente è l’ingente patrimonio posto sotto sequestro dal Tribunale civile di Palmi. Interrogati per diverse ore, i due uomini furono sottoposti allo “stub”, l’esame per individuare residui di polvere da sparo. L’esame compiuto dal Ris dei carabinieri dà esito positivo: ma mentre per Giuseppe le tracce di polvere da sparo sono compatibili con il contatto avuto con Livio Musco durante la fase di soccorso, quelle nelle narici e nelle orecchie di Berjdi secondo gli investigatori posso essere dovute alla sua presenza sulla scena mentre la pistola ha fatto fuoco. Questo particolare, però, diviene pubblico solo molto dopo, quando cioè i carabinieri presentano l'ultima informativa alla procura prima che questa chieda al gip l'arresto. 

Il mistero della pistola scomparsa Intanto, all’impossibilità di individuare movente e autore dell’omicidio, si andava ad aggiungere la sparizione di un’arma appartenuta a Ettore Musco, padre di Livio e capo del Sifar (il servizio segreto militare) dal 1952 al ‘55. Una pistola 7.65, compatibile con quella usata per uccidere il barone. Leggendo le carte dell'inchiesta si viene a sapere che la pistola, acquistata nel 1977 da Giuseppe Musco, era stata ceduta regolarmente al padre Ettore e subito dopo la morte di quest'ultimo, almeno secondo quanto dichiarato dai familiari, era stata presa in consegna da un altro fratello del barone, Ruggiero Musco. Subito dopo il delitto, Giuseppe Musco parla ai carabinieri di Gioia Tauro di questa pistola, della sua storia e si offre di recuperarla. I suoi tentativi, però, come quelli dei carabinieri, si perdono davanti all'opposizione di Ruggiero Musco che nega di avere mai preso la pistola da casa del padre. Gli investigatori sono convinti dell'esistenza di quella pista. Convinzione avvalorata anche dalle intercettazioni telefoniche alle quali erano sottoposti i membri della famiglia Musco. L'arma, allo stato, non è stata ancora trovata. 

Lo "strano" furto Mentre le indagini proseguono tra tante difficoltà, si viene a sapere di uno "strano" furto compiuto all'interno dello studio di Livio Musco, luogo del delitto e per questo posto sotto sequestro. Un particolare che viene confermato da una denuncia presentata da un componente della famiglia, nella quale sarebbero stati dettagliatamente riportati documenti e oggetti di valore trafugati dalle casseforti. Un fatto inquietante che ha riportato sul luogo del delitto gli uomini della scientifica dei carabinieri, gli stessi che avevano “studiato” la scena del delitto la sera dell’omicidio. L'irruzione non entra nelle indagini, ma introduce un ulteriore elemento che si aggiunge a una lunga serie di “stranezze” che rendono le indagini sulla morte di Livio Musco un vero rompicapo. Nonostante tutto, il 7 ottobre 2016, nelle redazioni dei giornali arriva la notizia dell'arresto di Mazzaferro.

L'indagine fatta a pezzi Dopo due mesi dall'arresto di Mazzaferro, però, il Tribunale del riesame di Reggio Calabria, accogliendo il ricorso presentato dai legali dell'indagato, gli avvocati Domenico Putrino e Guido Contestabile, scarcera Mazzaferro annullando l'ordinanza del gip di Palmi, mandando in pezzi tre anni di indagine. Intanto, il collegio Reggino mette in evidenza come il movente individuato dagli inquirenti, vale a dire un prestito che non sarebbe stato pagato da Musco a Mazzaferro, è debole perché dagli interrogatori non è emerso con certezza se il debito era stato pagato o meno, e inoltre 20mila euro per i giudici del Tdl sono una cifra risibile per uno come Mazzaferro che dispone di un ampio patrimonio. Inoltre, la presenza dell'indagato nei pressi della casa di Musco nell'ora del delitto non sarebbe suffragata da prove certe che ne attestino la presenza nella casa di via Vallamena. Confrontando gli orari della ricostruzione fatta dagli inquirenti, infatti, secondo il Collegio sarebbe stato impossibile che Giuseppe Musco arrivato pochi minuti dopo l'omicidio non avesse visto o incrociato Mazzaferro.  

Pista non battuta Il Tdl si spinge oltre. Leggendo le motivazioni alla sentenza di annullamento, infatti, per i giudici del Collegio troppi elementi che riguardavano la famiglia sarebbero stati poco approfonditi. La pistola scomparsa, i dialoghi intercettati tra i componenti della famiglia Musco, le tracce di polvere da sparo rinvenute dopo l'esame stub su Domenico Berdji Musco, i dissidi familiari per il patrimonio. Questi e altri elementi dovevano essere meglio approfonditi. Ma per i giudici tutto ciò non sarebbe stato fatto dagli inquirenti. Motivo per il quale Mazzaferro viene scarcerato, tre anni di indagine vengono spazzati via - la procura non ha impugnato la sentenza del Tdl davanti alla Cassazione - e il colpevole (o i colpevoli) non è stato ancora individuato.