'Ndrangheta e politica, sei rinvii a giudizio (NOMI e DETTAGLI)
Il Gup manda a processo un ex sindaco e altri cinque imputati. Al centro del dibattimento le presunte infiltrazioni della cosca nel Comune
Entra nel vivo il capitolo giudiziario che ha scosso le fondamenta politiche del Comune di Badolato. Il Gup distrettuale del Tribunale di Catanzaro ha disposto il rinvio a giudizio per sei persone coinvolte nella maxi-inchiesta denominata "Ostro-Amaranto", l'operazione che ha ipotizzato un asservimento dell'amministrazione locale agli interessi della criminalità organizzata di Guardavalle.
Il processo inizierà il prossimo 7 aprile davanti al Tribunale collegiale di Catanzaro. Tra i nomi eccellenti che compariranno in aula figurano l'ex sindaco di Badolato, Giuseppe Nicola Parretta, insieme a Enrico Cacciotti, Massimo Carè, Roberto Ferrara, Domenico Gagliardi e Liberato Riitano.
Un Comune "deciso a tavolino"
Secondo l'impianto accusatorio, le elezioni amministrative dell'ottobre 2021 sarebbero state pianificate minuziosamente dalla cosca Gallace. L’imprenditore Antonio Paparo, ritenuto l'anello di congiunzione tra i clan e il palazzo municipale, avrebbe coordinato riunioni per blindare la vittoria di Parretta e la composizione della giunta, includendo persino una "lista civetta" guidata da Ernesto Maria Menniti.
L'inchiesta tratteggia un quadro inquietante: cariche assessorili distribuite su imposizione, come nel caso di deleghe chiave al Bilancio o alla Pubblica Istruzione, quest'ultima affidata a candidati con consensi minimi ma considerati vicini al sodalizio mafioso. Un sistema che, secondo gli inquirenti, garantiva al clan il controllo diretto sulla cosa pubblica.
Bunker, estorsioni e armi da guerra
L'inchiesta "Ostro-Amaranto" non riguarda però solo la "zona grigia" della politica. Il sodalizio criminale è accusato di aver gestito un vasto traffico di droga e armi da guerra provenienti dall'Est Europa (Serbia e Montenegro), oltre a una capillare attività di estorsione contro chiunque tentasse di sottrarsi al pagamento del pizzo.
Particolarmente grave è la contestazione relativa alla protezione della latitanza del boss Cosimo Damiano Gallace: l'organizzazione avrebbe garantito vitto, alloggio e spostamenti sicuri al capoclan all'interno di bunker tecnologici dotati di videosorveglianza e sistemi d'allarme.
Nonostante la Cassazione abbia espresso riserve sull'esistenza di un formale patto politico-mafioso, il terremoto giudiziario ha comunque portato al crollo dell'amministrazione badolatese. Sarà ora il dibattimento a stabilire le responsabilità penali in questo complesso intreccio tra malaffare e istituzioni.
