"Romanzo Criminale", i coniugi Penna: "Solo Cannizzaro ci ha aiutato a cercare il corpo"
I genitori del giovane scomparso nell'ottobre 2007 da Stefanaconi hanno deposto questa mattina, nell'aula bunker del Tribunale di Vibo Valentia
MIMMO FAMULARO - TONINO FORTUNA
Nuova udienza questa mattina nell'aula bunker del nuovo tribunale di Vibo Valentia, del processo Romanzo Criminale. Alla sbarra, il clan Patania di Stefanaconi. Rispondono infatti di associazione mafiosa Giuseppina Iacopetta, vedova del boss Fortunato Patania, ucciso nel settembre 2011 alle origini della faida con i Piscopisani, i figli Salvatore, Saverio, Giuseppe, Nazzareno e Bruno Patania; Andrea Patania; Cosimo e Caterina Caglioti; Nicola Figliuzzi; Cristian Loielo; Alessandro Bartalotta; Francesco Lo Preiato; Ilya Krastev. Tra gli imputati, anche l'ex luogotenente dei carabinieri di Sant'Onofrio Sebastiano Cannizzaro ed il sacerdote don Salvatore Santaguida, all'epoca dei fatti contestati, parroco del piccolo centro che sorge alle pendici di Vibo Valentia. Entrambi devono rispondere di falso e concorso esterno in associazione mafiosa.

I coniugi Penna. Stamane hanno deposto i genitori di Michele Penna, il giovane assicuratore, scomparso nell'ottobre 2007 e mai più ritrovato. Il papà di Michele, Domenico Penna ha risposto alle domande del pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro Andrea Mancuso e degli avvocati della difesa Aldo Ferraro, Pasqualino Patanè ed Enzo Galeota. L'uomo, insegnante in pensione, ha ripercorso le tappe del calvario successivo alla scomparsa del figlio e si è soffermato sulle campagne di scavi organizzate per recuperare il corpo senza vita del giovane. La prima si è tenuta nel 2009/2010, sotto il coordinamento della pm Marisa Manzini e del maresciallo Sebastiano Cannizzaro. "Si è scavato in più posti - ha detto Penna - è stata una campagna frenetica". La seconda, invece, è stata messa in atto nel 2012, dopo la morte di Giuseppe Matina, detto Gringia, marito di Loredana Patania, oggi collaboratrice di giustizia.
La deposizione. "Il maresciallo Sebastiano Cannizzaro - ha detto Domenico Penna - voleva trovare il corpo di mio figlio. E' stato l'unico a darci supporto. Quando gli sono state tolte le indagini mi ha riferito che non avrebbe potuto fare più nulla". L'uomo ha attaccato l'allora Comando provinciale dei Carabinieri: "Sono stato abbandonato dallo Stato. Mi hanno sempre girato le spalle. La ricerca del corpo avveniva con lentezza ed inefficienza. Per questo motivo ho deciso di scrivere due lettere inviate oltre che alla stampa, al Comando generale dei Carabinieri, al Ministero dell'Interno, alla Polizia e alla Prefettura di Vibo Valentia". "Di Gringia -ha aggiunto Domenico Penna riferendosi a Giuseppe Matina, marito di Loredana Patania, ucciso nel corso della faida - sapevo che era stato colui il quale aveva scavato la buca nella quale sotterrare mio figlio". Nelle ricerche, in seguito al caso di Yara Gambirasio, la famiglia si avvalse dell'ausilio di cani "pagati 800 euro al giorno. Due giorni di ricerche sono state quindi pagate da noi, con tanto di fatture che ho poi mostrato al pm della Dda di Catanzaro Pierpaolo Bruni"
Il ruolo del sacerdote. Nel racconto della vicenda, il 2012 è indubbiamente una data cruciale. A riannodare i fili della seconda fase è stata Cristina Arcella, mamma di Michele Penna che si è soffermata anche sul ruolo di don Salvatore Santaguida: "Ero responsabile dell'azione cattolica - ha sottolineato la donna - il mio figlio minore, Enrico, era capo scout. E ad una campagna di scavi, infatti, ha partecipato insieme al gruppo scout. Don Salvatore era un prete impegnato nel sociale, dava speranza alla gente, non si limitava a celebrare messa. Ricordo che siamo andati da lui a fotocopiare le carte del processo perchè aveva la fotocopiatrice".
L'indiscrezione. Quanto a Cannizzaro, "mi riferì dopo la morte di Matina - ha aggiunto Cristina Arcella - di aver avuto una soffiata sulla località nella quale poteva essere stato sepolto Michele. In paese si diceva che Loredana Patania potesse saperne qualcosa. Ma lei si è presa gioco del nostro dolore. Don Santaguida invece mi rassicurava anche se io ero esausta della mancata attenzione da parte delle forze dell'ordine".
