Nel processo "Black money" il testimone di giustizia ha parlato del pontile del porto di Vibo Marina e delle denunce contro alcuni esponenti del clan di Limbadi

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di GIUSEPPE BAGLIVO

Oltre due ore di deposizione per Salvatore Barbagallo, l'imprenditore vibonese attivo nel ramo delle trivellazioni e realizzazioni di pozzi, poi divenuto testimone di giustizia. Nel corso del processo "Black money" contro il clan Mancuso in corso di svolgimento dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia presieduto da Vincenza Papagno (a latere i giudici Pia Sordetti e Giovanna Taricco), il teste ha risposto alle domande del pm Marisa Manzini (che ha richiesto l'esame sulla scorta del deposito dei verbali resi dal teste nella recente inchiesta "Costa pulita") e poi dell'avvocato Francesco Sabatino.

Salvatore Mancuso

I lavori di Barbagallo ai Mancuso. Il teste si è in particolare soffermato sui lavori di trivellazione e realizzazione di pozzi fatti negli anni per "Diego, Luigi, Michele, Pantaleone detto l'Ingegnere, Domenico e Salvatore Mancuso". I primi lavori, tuttavia, ha raccontato di averli realizzati per "Ciccio Mancuso, il vecchio, il capo, deceduto sul finire degli anni '90. Venni chiamato da tale Zungri - ha spiegato Barbagallo - per recarmi a Limbadi a realizzare un pozzo a Ciccio Mancuso. Ero titubante, ma lui mi disse che dopo tali lavori non mi avrebbe toccato più nessuno. Non mi potevo tirare indietro e da quel momento ho fatto poi dei lavori per tutti gli altri Mancuso. Eravamo fra il 1988 ed il 1989. Il numero di Zungri me l'aveva dato Franco Buda, che era un mio socio. Ho poi scoperto che Buda aveva un rapporto di comparaggio con Salvatore Mancuso, figlio del defunto Ciccio, il quale Salvatore voleva entrare nella mia società ma io mi rifiutai ed ho abbandonato tutto, non lavorando più. Dal 2000 al 2007 i mafiosi mi hanno causato un danno da un miliardo e mezzo di lire. Mi hanno costretto a chiudere la mia ditta perchè nel Vibonese devono lavorare solo personaggi legati alla 'ndrangheta. La mia trivella che ha lavorato in un terreno di Salvatore Mancuso l'ho poi ritrovata in un terreno di Francica di tale Mondella".

Antonino Accorinti

I lavori a Briatico. Salvatore Barbagallo ha poi raccontato di aver vinto nel 2000 un appalto per dei lavori da realizzare a San Leo di Briatico. " Mi hanno danneggiato la trivella - ha ricordato in aula il teste - e poi mi hanno fatto trovare sul cantiere una bottiglia con benzina e due cartucce. Ho fatto la denuncia contro ignoti, ma io sapevo che l'autore era da individuare nella famiglia Accorinti di Briatico. Sono stato minacciato da Accorinti e l'ho poi denunciato nel 2004".

Nazzareno Colace

I rapporti con Colace ed il pontile di Vibo Marina. "Nella mia ditta - ha spiegato Barbagallo - ha lavorato anche un fratello di Nazzareno Colace. Con lo stesso Nazzareno Colace, che è di Porto Salvo come me, andavamo insieme a caccia e l'ultima volta ci siamo andati negli anni '90 con un viaggio in Marocco per andare a cacciare in quel paese. Lui all'epoca era una persona perbene ed aveva il porto d'armi ed io non sapevo ancora dei suoi legami con Pantaleone Mancuso, detto Scarpuni. Un giorno - ha proseguito il teste - incontro Nazzareno Colace in un bar di Vibo Marina e gli chiedo di lasciarmi in pace e di farmi lavorare. Sapevo che Colace era il luogotenente di Scarpuni nella zona di Vibo Marina. Qualche giorno dopo è venuto sul mio cantiere con Pantaleone Mancuso, detto Scarpuni, il quale mi poggiò in maniera forte la sua mano sulla spalla dicendomi: "Affonda..., affonda...". Siamo qualche anno prima del 2000".

porto Vibo Marina

Riguardo la gestione del pontile "Azzurra nel porto di Vibo Marina", il teste ha spiegato che "inizialmente il pontile era gestito da Francesco Giannini, pregiudicato di Vibo Marina associato ai Mancuso, dal fratello Giancarlo Giannini che fa l'ingegnere, da Nazzareno Colace e da Pantaleone Mancuso. Mi trovavo un giorno a pescare sul pontile e - ricorda Barbagallo - venni avvicinato dal commercialista Gianni Colace, fratello di Nazzareno Colace, il quale mi disse che non dovevo più venire a pescare. Avevano saputo delle mie denunce. Anche Michele Palumbo, che poi hanno ucciso, camminava con Nazzareno Colace e mi chiese il motivo per il quale andavo in giro a fare denunce". Su Nazzareno Colace, il testimone di giustizia ha poi aggiunto di sapere che era "vicino pure ai Tripodi di Porto Salvo e gestiva il pontile del Porto di Vibo Marina attraverso il cognato Giuseppe Lo Bianco che fa il vigile del fuoco a Vibo Marina. Il pontile - ha rimarcato il teste - di fatto è di Pantaleone Mancuso, detto Scarpuni. Nazzareno Colace nella nuova società ha messo suo fratello, mentre Francesco Giannini ha invece messo suo fratello Giancarlo Giannini, l'ingegnere, e poi un altro socio è un certo Dragone che faceva l'autotrasportatore". Su specifica domanda delle parti, il teste ha quindi concluso dicendo di non sapere "che rapporti abbiano l'imprenditore Francesco Cascasi con l'ingegnere Giancarlo Giannini. So però - ha riferito Barbagallo - che Giancarlo Giannini è uno dei proprietari del pontile ed ha amicizie alla Capitaneria di porto, so che è salito alle elezioni con i voti dei mafiosi ed ha fatto l'assessore a Vibo, mentre suo fratello Francesco ha comprato la mia casa all'asta. Un'asta truccata - ha spiegato il testimone di giustizia - per la quale ho denunciato tutto e sono state arrestate cinque persone, tranne Francesco Giannini che è ancora libero".

SalvatoreBarbagallo

Questo il racconto reso in aula dal testimone di giustizia, Salvatore Barbagallo, anche se per la cronaca vi è da precisare che l'ingegnere Giancarlo Giannini non ha mai ricoperto la carica di assessore a Vibo ma solo quella di consigliere comunale, in quota centrodestra, nella precedente consiliatura. Alle ultime comunali del maggio dello scorso anno si è invece candidato con il centrosinistra ma non è stato eletto.

 

In relazione alle dichiarazioni di Salvatore Barbagallo di cui sopra, dall'avvocato Giuseppe Di Renzo riceviamo e pubblichiamo:

"Ricevo mandato dal Sig. Dragone Arcangelo, amministratore Unico della società “Azzurra S.R.L.”, al precipuo fine di destituire di ogni e qualsiasi fondamento le “singolari” dichiarazioni dibattimentali rese dal teste escusso Salvatore Barbagallo, all’udienza del 23.05.2016 innanzi al Tribunale Collegiale di Vibo Valentia nell’ambito del procedimento penale denominato “Op. black money”, in merito alla vicenda del pontile nel porto di Vibo Marina e di cui si è avuto “parossistico” riscontro giornalistico. Nel dettaglio, si contesta decisamente l’assunto in base al quale la gestione della società “Azzurra S.R.L.” sarebbe di fatto riconducibile alla sfera di interesse di esponenti del “clan Mancuso”. Ed invero, la gestione della società “Azzurra s.r.l.” è non solo totalmente lecita, trasparente e del tutto avulsa da meccanismi e dinamiche equivoche assimilabili ad una fantasiosa vicinanza ad ambienti criminali, ma esclusivamente riconducibile al Sig. Dragone Arcangelo ed alla moglie Corrieri Loredana. Il mio rappresentato chiederà domani (oggi per chi legge)di essere sentito dai magistrati della Procura Distrettuale antimafia di Catanzaro, ai quali fornirà ogni informazione necessaria a lumeggiare in termini di inequivoca trasparenza la propria posizione e la vicenda imprenditoriale (tutta) del pontile Azzurra s.r.l. Segnalo, inoltre, di aver ricevuto espresso incarico di valutare la esistenza delle condizioni (anche di opportunità) per querelare il dichiarante Barbagallo Salvatore per il reato di calunnia ai danni dell’amministratore Unico di Azzurra s.r.l.". Avvocato Giuseppe Di Renzo


In relazione alla nota dell'avvocato Di Renzo per conto di Arcangelo Dragone, dall'avvocato Giacinto Inzillo riceviamo una replica di Salvatore Barbagallo:


"Sono testimone, non un giudice e neppure un poliziotto. Nel corso dell’udienza del 23.05.2016 innanzi al tribunale collegiale di Vibo Valentia, esaminato come testimone nell’ambito del procedimento penale denominato “Operazione black money”, ho riferito ciò di cui sono a conoscenza diretta ed indiretta, perché riferitomi da terzi. Non spetta a me giudicare né trovare le prove di quanto da me conosciuto. Il mio solo compito, in quanto testimone, è dire la verità e non nascondere nulla di quanto a mia conoscenza in relazione ai fatti sui quali vengo esaminato. E’ alla polizia giudiziaria che spetta il compito, come già sta facendo, di indagare e trovare i dovuti riscontri alle mie dichiarazioni; e spetterà, infine, alla magistratura giudicarne l’attendibilità. La calunnia, come la falsa testimonianza e la reticenza sono reati gravissimi che meritano la giusta punizione del colpevole, in quanto coscientemente ha detto il falso. Ma io non ho mai detto il falso e confido nel fatto che saranno le competenti autorità a darmi ragione. Del resto, che operazioni apparentemente “totalmente lecite, trasparenti ed avulse da meccanismi e dinamiche equivoche assimilabili ad una fantasiosa vicinanza ad ambienti criminali” siano in realtà ben altro non stupisce più la cronaca vibonese, stupirebbe invece il contrario".