Sotto accusa Giuseppe Crea e Paolo Alvaro, per i quali la Corte di assise di appello di Torino ha chiesto la conferma delle condanne a trent'anni di carcere pronunciate in primo grado. L'accusa non ha dubbi: l’omicidio di Giuseppe Gioffrè, il pensionato di 77 anni che l’11 luglio 2004 fu ucciso a colpi di pistola in un giardinetto davanti alla sua abitazione di San Mauro Torinese, fu una vendetta della 'ndrangheta covata per 40 anni. Questa è la ricostruzione: negli anni '70, la vittima gestiva una rivendita di alimentari a Sant'Eufemia di Aspromonte, nel Reggino, e nel corso di una lite uccise due persone ritenuti legati alla cosca Dalmato-Alvaro. Arrestato, una volta tornato in libertà Giuseppe Gioffrè si trasferì in Piemonte, dove ha trovato la morte in un pomeriggio dell’11 luglio 2004. Le indagini iniziali portarono all’arresto di un primo indagato, Stefano Alvaro, che verrà condannato a 21 anni. Ma la verità è parziale. Solo nel 2022, grazie all’impiego di nuove tecnologie forensi, i carabinieri del RIS riuscirono ad analizzare il Dna presente sulla bottiglietta. Quel profilo genetico portò a Giuseppe Crea, legato alle cosche calabresi. Le indagini permisero di collegare anche Paolo Alvaro, figlio di uno dei due uomini uccisi da Gioffrè nel 1964. Una storia che chiude il cerchio. Una vendetta portata a termine 40 anni dopo, con calma, determinazione e ferocia.

I due imputati sono stati giudicati separatamente in primo grado e condannati entrambi a 30 anni di carcere. La Corte d’assise d’appello ha deciso di riunire le due posizioni e oggi il procuratore generale Marcello Tatangelo ha ribadito la gravità del fatto, definendo “non condivisibile” la concessione delle attenuanti generiche.

“Non si tratta solo di un omicidio — ha dichiarato Tatangelo — ma di un’esecuzione pianificata con fredda lucidità, motivata da un codice d’onore mafioso che nulla ha a che vedere con la civiltà. Nessuna attenuante può essere concessa a chi ha portato avanti una vendetta tribale a distanza di decenni, dopo che la giustizia dello Stato si era già espressa”.