'Ndrangheta, le rivelazioni del pentito inchiodano il clan (NOMI)
Condanne fino a 20 anni per capi e affiliati. Ex capitano dei carabinieri accusato di concorso esterno
Tra i vicoli di San Giovannello–Eremo, nel borgo di Santa Caterina (nel Reggino), la memoria delle bombe, delle minacce e dei traffici illeciti sembra ancora sospesa nell’aria. È qui che la ‘ndrina Lo Giudice ha costruito il suo potere, tra sparatorie e guerre di clan, con ramificazioni che toccano le istituzioni e le armerie clandestine della città.
Il clan, storicamente alleato dei gruppi Imerti‑Condello‑Serraino‑Rosmini durante la Seconda guerra di ‘ndrangheta (1985‑1991), ha visto la propria leadership plasmata da Giuseppe Lo Giudice, ucciso nel 1990 a Roma, e poi dai suoi fratelli e affiliati. Tra i colpi di scena figura il pentimento di Antonino “Nino il nano” Lo Giudice, autore di attentati dinamitardi contro magistrati, che nel 2010 si consegna ma nel 2013 ritratta le confessioni, scappando dagli arresti domiciliari prima di essere catturato nuovamente.
Tra il 2010 e il 2014, numerosi membri del clan furono condannati: Luciano Lo Giudice a 20 anni come capoclan e altri dieci tra i 4 e i 20 anni, tra cui un ex capitano dei Carabinieri accusato di concorso esterno. Il gruppo continuava a gestire traffico di armi, estorsioni e protezioni, supportato da una rete di affiliati e relazioni corruttive, mentre la Squadra Mobile proseguiva negli arresti mirati.
