Rapina a Vibo: Corte d'Appello assolve 37enne condannato in primo grado
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La seconda sezione penale della Corte d'Appello di Catanzaro (presidente Giancarlo Bianchi, consiglieri Grillone e Luzzo), ha assolto oggi "per non aver commesso il fatto" Antonio Profeta, 37 anni, di Vibo Valentia, dal reato di rapina aggravata.

Antonio Profeta, difeso dagli avvocati Salvatore Sorbilli e Antonio Porcelli, in primo grado era stato condannato dal Tribunale di Vibo Valentia a 4 anni e 10 mesi di reclusione, più 1.500 euro di multa poichè ritenuto colpevole di rapina pluriaggravata in quanto, secondo l’accusa, avrebbe rapinato il 29 luglio 2015, A.T. della somma di 6 mila euro ed un blocchetto di assegni, appena ritirati dall’istituto bancario, che questi aveva appena ritirato dalla banca sita in viale Kennedy a Vibo. La scena era stata notata da una pattuglia della Squadra Mobile che aveva inseguito Profeta rintracciandolo all’interno dell’abitazione della suocera, dove il 37enne è stato poi bloccato.
La sentenza del Tribunale di Vibo (presidente Lorenzo Barracco, a latere i giudici Adriano Cantilena e Graziamaria Monaco) del gennaio scorso è stata poi appellata ed oggi è stata riformata dalla Corte di Appello, con la sentenza di assoluzione per come chiesto dall'avvocato Salvatore Sorbilli che ha sostituito per delega anche il collega Antonio Porcelli. Il procuratore generale aveva chiesto la conferma della sentenza di condanna di primo grado. Da ricordare che in primo grado l'anziano vittima della rapina, mentre in Questura aveva riconosciuto il rapinatore, in aula dinanzi al Tribunale di Vibo Valentia non aveva offerto le stesse certezze, tanto che lo stesso pm della Procura vibonese, Benedetta Callea, aveva chiesto l'assoluzione dell'imputato. Il Tribunale di Vibo era stato però di diverso avviso ed aveva emesso una sentenza di condanna che oggi non ha tuttavia retto al vaglio della Corte d'Appello.
Con la sentenza di assoluzione, inoltre, la Corte d'Appello ha contestualmente revocato la misura cautelare degli arresti domiciliari, cui il Profeta si trovava sottoposto proprio per questo reato. (g.b.)
