Parla l'imprenditore lametino destinatario del provvedimento di sequestro, emesso dalla Dda, che ha colpito le aziende del gruppo

Franco Perri,  l'imprenditore lametino raggiunto da un provvedimento di sequestro delle quote societarie spiccato dalla Dda di Catanzaro nell'ambito dell'operazione "Nettuno" scattata all'alba di lunedì, ha deciso di raccontare la sua versione dei fatti, difendendosi dalle accuse che lo vorrebbero legato al clan Iannazzo di Lamezia Terme. Lo ha fatto al T Hotel di Lamezia Terme, nel corso di una conferenza stampa alla quale hanno preso parte anche i suoi avvocati.  "Quando mai si è visto un mafioso convocare una conferenza stampa per difendersi dalle accuse mosse dalla magistratura?" spiega Salvatore Staiano, uno dei legali dell'imprenditore in una sala gremita, lasciando passare velatamente il messaggio di un indagato che non ha paura di sottoporsi a domande scomode. Franco Perri, infatti, continua ad essere indagato con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa sebbene il capo d'imputazione di associazione per delinquere di stampo mafioso sia già caduto grazie ad "un lavoro minuzioso che nel giro di 30 giorni ha smontato il 70%" del teorema accusatorio, ha chiarito il legale storico dell'imprenditore lametino, Francesco Pagliuso che ha ricostruito punto dopo punto l'iter giudiziario.

conferenza stampa Perri 6Oro colato. Nessun errore marchiano e nessun accanimento della magistratura, però, nei confronti di Franco Perri, i legali dell'imprenditore lo sottolineano a chiare lettere, semmai l'unica colpa che si potrebbe attribuire alla Procura è quella di aver preso per "oro colato" le dichiarazioni di collaboratori di giustizia che non troverebbero corrispondenza nella contabilità del gruppo imprenditoriale. "Un collaboratore di giustizia - ha spiegato l'avvocato Pagliuso - ha riferito che il 30% degli introiti delle attività del gruppo Perri sarebbero trasferite al clan Iannazzo e da qui discenderebbe l'accusa di collusione ma l'assenza di flussi economici in favore della famiglia mafiosa dimostra l'esatto contrario". Ma c'è di più: "Nella scelta delle aziende a cui appaltare i lavori per la costruzione del centro commerciale, Franco Perri ha preferito indicare quelli che in più occasioni hanno denunciato le pressioni del clan Iannazzo". Da qui l'accusa mossa alla Procura di aver istruito indagini senza "spirito critico", senza "controllare se le dichiarazioni dei collaboratori corrispondessero alla realtà" e senza mai "domandarsi perché ben 4 collaboratori mentissero sul conto di Franco Perri". Le indagini della Procura, ha chiarito ancora Pagliuso, si reggono solo sulle dichiarazione dei pentiti: "non ci sono intercettazioni, non ci sono indagini bancarie a conforto della tesi dell'accusa".

conferenza stampa Perri 5La verità di Perri. "Vorrei chiarire - ha sgombrato immediatamente il campo dagli equivoci Perri - che tutto quello che ruota attorno ai clan non mi è mai appartenuto. Da quello che è successo da maggio fino ad una settimana fa siamo stati bravi a tenere l'azienda in piedi. E vi posso garantire che abbiamo lavorato di giorno in giorno perché ogni giorno si rischia il baratro senza amministratori giudiziari figurarsi con gli amministratori giudiziari. Noi stiamo lavorando da dopo il 14 maggio senza aver licenziato una persona, pagando puntualmente gli stipendi, paghiamo 5 o 6 milioni di euro all'anno tra imposte dirette e indirette allo stato, non abbiamo un F24 che è rateizzato, paghiamo tutto puntualissimi a tutti i soggetti che lavorano con noi giorno dopo giorno. Di dipendenti diretti e indiretti ne abbiamo circa mille tra i nostri dei supermercati e gli 800 del centro commerciale. E abbiamo circa mille fornitori che ci forniscono tutte le mattine. Abbiamo creato questa rete in Calabria e abbiamo portato il nome di Lamezia perché siamo fieri di esserlo e ci siamo fatti conoscere dappertutto dentro e fuori la Calabria. Forse da una realtà contadina come hanno sempre descritto Lamezia tutti quando riusciamo ad essere una realtà industriale forse a qualcuno da fastidio. Ma questa è la famiglia Perri, poi ognuno ci può addebitare quello che vuole, noi con la nostra coscienza ci riusciamo a guardare in faccia tutte le mattine, perché non abbiamo da nascondere nulla. La nostra contabilità è chiara, negli ultimi 15 anni abbiamo subito dieci verifiche di agenzie dell'entrata, Guardia di Finanza sui conti personali, sui conti aziendali, su quelli dei figli e delle mogli non ci hanno mai contestato niente. Ci priviamo di qualcosa di personale per alimentare l'azienda, il mio patrimonio personale è una macchina, la casa è intestata a mia moglie. Tutti gli utili sono stati reinvestiti nell'azienda, non ho 50 appartamenti, 100 appezzamenti di terreno o altro; non ho nulla. Non mi sono arricchito personalmente di nulla, ho sempre lavorato come mi ha insegnato mio padre, i risultati alla fine arrivano ma forse a qualcuno da fastidio: questa è la verità".

Sempre da solo. "Io ho perso un padre e siamo continuamente sotto il mirino di tutti. Se incontro qualche malavitoso nel centro commerciale che viene a fare la spesa, lo devo salutare e lo devo ringraziare di essere venuto. Ma nessuno della polizia giudiziaria impedisce che certi soggetti frequentino i luoghi pubblici come li frequentiamo tutte le persone perbene. E se incontriamo qualcuno e ci offre un caffè siamo anche collusi ma noi lo facciamo per tutelare i nostri figli".

Mi sento vittima. "Mi sento vittima? Certo. Dalla notte dei tempi al 2015 ci sono centinaia di denunce, di telefonate ricevute a casa, di capretti attaccate davanti alle porte delle mie attività, di sparatorie alle serrande, di fuochi appiccati al centro commerciale a Reggio Calabria mettendo a rischio la struttura, questo una settimana prima dell'arresto. Ci sono le denunce presso gli organi competenti. Io ho fatto condannare in via definitiva sulla vicenda della bara (trafugata del padre ndr) un soggetto di Lamezia e ho collaborato con le forze dell'ordine notte e giorno affinché trovassimo le prove che si era presentato in nome della famiglia Torcasio. Di queste cose ci sono gli atti perché nell'indagine Andromeda non figurano?"

Un prezzo troppo alto. "Io penso di aver pagato un prezzo che è quello della scomparsa di mio padre, per cui ancora mi hanno lasciato stare ma che cosa devono fare ancora alla mia famiglia, scusate? Ci devono ammazzare tutti? Se il prezzo è questo allora possiamo subire anche questo. Io penso che la mia famiglia ha già pagato a causa dei clan mafiosi un prezzo troppo alto. Sembra che la morte di mio padre fosse dovuta ma noi abbiamo subito e passato attimi che non auguro a nessuno. Ci siamo rimessi sotto a lavorare onestamente, siamo risaliti e abbiamo raddoppiato quello che avevamo. Della nostra forze e del nostro coraggio non ha mai parlato nessuno. Avremmo dovuto lasciare la Calabria dopo la morte di mio padre andare via e forse oggi non ci sarebbero 750 dipendenti". (Cz1)