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La Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro imprime un’accelerazione decisiva all’inchiesta “Call Me” e chiede il rinvio a giudizio per 46 persone ritenute, a vario titolo, coinvolte nelle attività del clan La Rosa di Tropea. La richiesta è stata avanzata dal pm Irene Crea nel corso dell’udienza preliminare davanti al gup distrettuale.

Al centro dell’indagine, condotta dalla Guardia di finanza di Vibo Valentia, vi è soprattutto l’utilizzo illecito di telefoni cellulari all’interno del carcere. Secondo l’accusa, i boss Antonio e Francesco La Rosa, detenuti al 41 bis, sarebbero riusciti a mantenere un filo diretto con l’esterno, impartendo direttive operative grazie a smartphone e schede sim intestate a soggetti fittizi o stranieri.

Gli investigatori hanno documentato quasi cinquemila conversazioni tra detenuti e rete esterna, ricostruendo un sistema articolato che coinvolgerebbe familiari e persone di fiducia. Tra gli indagati figurano anche congiunti dei vertici del clan e presunti fiancheggiatori, accusati di aver facilitato le comunicazioni e sostenuto le attività dell’organizzazione.

Le accuse contestate vanno dall’associazione mafiosa all’estorsione aggravata, fino all’accesso indebito a dispositivi di comunicazione da parte di detenuti e al trasferimento fraudolento di valori. L’inchiesta punta a fare luce su un sistema che, secondo la Dda, avrebbe consentito alla cosca di continuare a operare nonostante il regime detentivo speciale.

L’elenco degli indagati

Sono complessivamente 46 le persone per cui la Dda ha chiesto il rinvio a giudizio. Tra queste: Carmela Addolorata; Michele, Natascia e Pamela Bruzzese; Piergiorgio Centro; Damiano Fabiano; Alessandro Romeo Fargnoli e numerosi appartenenti alla stessa famiglia; Angelo Gagliardi; Armando, Francesca, Gabriele, Rosa e Vanessa Galati; Loredana Lombardi; Carmela La Torre; Antonio, Francesco, Alessandro, Cassandra e altri esponenti della famiglia La Rosa; Loredana Molina; Giuseppe Maiuri; Paola Mazzara; Giuseppina Minichini; Paolo Petrolo; Stefania Pistillo; Tomasina Certo; Antonio Prostamo; Giuseppina Costa; Davide Surace; Francesco Taccone; diversi componenti della famiglia Federici, tra cui Armando Michele, Luigi e Francesco; Erminia Bisogni e Ilenia Vetromilo.

Un quadro che, secondo l’accusa, delineerebbe un sistema strutturato capace di mantenere operativa l’organizzazione criminale anche dall’interno del carcere, aggirando le restrizioni del regime più duro previsto dall’ordinamento penitenziario.