Nessun legame con la cosca dei Giampà, imprenditore lametino assolto
Era stato accusato nell'ambito dell'operazione Medusa di favoreggiamento personale con l'aggravante di aver agevolato il clan di Lamezia. I giudici: "Il fatto non sussiste"
Si conclude in primo grado con un’assoluzione, perché il fatto non sussiste, un altro capitolo della intricata vicenda giudiziaria che ha visto coinvolto l'imprenditore Filadelfio Fedele, accusato di favoreggiamento personale, con l’aggravante di avere agevolato la cosca Giampà.
Le accuse. Arrestato nell’operazione “Medusa”, già in fase cautelare le originarie accuse di concorso esterno in associazione mafiosa e di concorso in rivelazione di segreti d’ufficio, mosse al Fedele, erano state “ridimensionate” in un’ipotesi di favoreggiamento personale, con l’esclusione dell’aggravante dell’agevolazione del clan lametino. Nondimeno, l’ufficio di Procura, anche sulla base di ulteriori apporti dichiarativi di “nuovi” collaboratori di giustizia, aveva chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio per il delitto di favoreggiamento aggravato, ribadendo l’accusa – per il Fedele – di aver favorito la cosca Giampà. La stessa Procura – su impulso della Direzione investigativa antimafia – aveva avviato un parallelo giudizio di prevenzione davanti al Tribunale di Catanzaro, al fine di ottenere il sequestro di tutti i beni del Fedele (funzionale alla confisca) e l’applicazione della sorveglianza speciale nei confronti del “proposto”.
No al sequestro dei beni. Il procedimento di prevenzione, dopo una lunga battaglia giudiziaria, nel corso della quale il Fedele – tra l’altro – aveva dimostrato la provenienza lecita di tutti i beni a lui riconducibili, si è concluso con il rigetto integrale della proposta, personale e reale, avanzata dal pubblico ministero, sia in primo grado che davanti alla Corte di appello di Catanzaro. A porre la parola “fine” sul giudizio di prevenzione, poi, ci ha pensato la Suprema Corte di Cassazione, nel gennaio 2017, confermando l’impostazione difensiva con il conseguente rigetto del ricorso presentato dal Procuratore Generale calabrese.
L'assoluzione. Oggi, dopo le arringhe degli avvocati difensori Pino Zofrea e Francesco Iacopino, durate oltre due ore, un altro punto fermo è stato “segnato” dal Tribunale penale collegiale di Lamezia Terme che ha assolto Fedele dalla infamante accusa a suo carico, perché il fatto non sussiste. Il pm aveva chiesto la condanna a quattro anni di reclusione, confermando la richiesta anche in sede di replica alle discussioni dei legali. Via soddisfazione è stata espressa dagli Avvocati Zofrea e Iacopino al termine della lettura del dispositivo: “Dopo sei anni di autentico calvario, personale e familiare, la pronuncia assolutoria deliberata dal Tribunale lametino – che si somma alle decisioni dei giudici catanzaresi e della Suprema Corte –, contribuisce a riaffermare la dignità di uomo “onesto” in capo al signor Fedele, ingiustamente privato della propria libertà personale e ingiustamente accusato di fatti che, fondati su mere ipotesi e congetture, prive di riscontri, si sono ancora una volta infranti di fronte a un serio vaglio critico. Desideriamo condividere il risultato ottenuto con il collega Francesco Pagliuso (al quale è subentrato l’avvocato Francesco Iacopino), per il significativo contributo dallo stesso offerto al raggiungimento della verità dei fatti".
