'Ndrangheta e politica, definitiva la condanna del boss (NOME)
Con la decisione della Corte di Cassazione si chiude l’ultimo capitolo del processo Grimilde e, simbolicamente, una lunga stagione di dominio mafioso in Emilia. La Suprema Corte, presieduta da Rosa Pezzullo, ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dai legali di Francesco Grande Aracri, confermando dunque la condanna a 24 anni inflitta dalla Corte d’appello di Bologna. Per l’uomo, da decenni residente a Brescello, il Paese di Peppone e don Camillo, si tratta della definitiva certificazione del suo ruolo di guida della cosca nel Nord Italia.
I giudici, nel respingere le doglianze della difesa, hanno ricordato la distinzione sostanziale tra associazione a delinquere e associazione mafiosa: nel mondo criminale comune si delinque per conseguire un profitto, mentre nelle organizzazioni di stampo mafioso l’illecito diventa strumento per esercitare controllo sociale, consolidare potere e ottenere vantaggi economici in forma parassitaria. È il vincolo intimidatorio, sottolinea la sentenza, a rendere possibile l’assoggettamento del territorio.
Proprio questo meccanismo, già emerso in altri procedimenti come Edilpiovra e Aemilia, risulta pienamente dimostrato anche per la realtà emiliana. Secondo la Cassazione, un quadro probatorio “imponente” certifica l’attività del sodalizio a partire dai primi anni Duemila, con Francesco Grande Aracri al centro di una rete di società, prestanome e rapporti politico-amministrativi capaci di penetrare in profondità nel tessuto locale. A lui sono ricondotte attività economiche e immobiliari nel Reggiano, appalti ottenuti tramite canali privilegiati, la costruzione del quartiere “Cutrello” e l’ingresso in realtà simboliche come la discoteca Italghisa, ritenuta luogo di incontri e affari del gruppo.
L’influenza della cosca era tale da contribuire allo scioglimento del Comune di Brescello per infiltrazioni mafiose nel 2015. Rapporti consolidati con esponenti delle amministrazioni, false fatturazioni, società cartiere e sistemi di riciclaggio completano un profilo criminale che la Corte definisce moderno, meno appariscente ma estremamente penetrante.
Il ricorso della difesa – giudicato generico e ripetitivo – non ha scalfito questa ricostruzione. E mentre la sentenza d’appello lo definiva uomo prudente e capace di mimetizzarsi, restano impresse immagini più rivelatrici, come quelle riportate nel docufilm “Aemilia 220”, dove Grande Aracri minaccia un operatore televisivo impugnando un’ascia. Un gesto che, nella sua crudezza, fotografa il volto reale del potere che per anni ha condizionato una parte dell’Emilia e che ora, con la decisione della Cassazione, vede definitivamente riconosciuta la sua natura mafiosa.
