C’è un filo rosso, lungo e insanguinato, che lega via Sommacampagna alle moderne sale scommesse e ai cantieri della logistica piemontese. Tutto inizia la sera del 26 giugno 1983, quando diciassette colpi di pistola pongono fine alla vita di Bruno Caccia, l’unico magistrato del Nord Italia ucciso dalla criminalità organizzata. Per anni, quella morte è stata archiviata come un tragico corpo estraneo; oggi, i report di Libera e le relazioni della DIA ci restituiscono una verità diversa: il Piemonte non è stato conquistato, è stato infiltrato con la complicità di una "area grigia" che ha preferito il profitto alla legalità.

La linea di demarcazione tra il sospetto e la certezza giudiziaria scatta l’8 giugno 2011 con l’operazione “Minotauro”. Non solo 142 arresti, ma la certificazione di un modello strutturale: le 16 locali e le 30 ‘ndrine censite sul territorio non sono entità autonome, ma proiezioni dirette del “Crimine” calabrese. Come sottolineato nelle recenti audizioni alla Commissione Legalità, la ‘ndrangheta in Piemonte ha smesso da tempo di nascondersi nei bassifondi. Si è fatta istituzione, condizionando la politica locale — da Leinì a Chivasso — e spostando i propri interessi dai sequestri di persona degli anni '70 al traffico internazionale di stupefacenti, fino alla gestione di servizi apparentemente banali, come il bar interno al Tribunale di Torino.

I numeri raccontano di almeno 900 affiliati che inquinano l’economia legale. Le inchieste “Carminius-Fenice” e “LiberaMensa” mostrano una holding del crimine capace di tutto: dall’edilizia ai trasporti, dalla gestione dei rifiuti allo smaltimento dei metalli, fino al commercio all’ingrosso di prodotti petroliferi nel novarese. Non si tratta più di una mafia che impone il pizzo con la violenza, ma di una mafia che offre servizi a prezzi competitivi, drogando il mercato e soffocando le imprese oneste.

L’aspetto più inquietante emerge dalle parole della Procuratrice Generale Lucia Musti all’apertura dell’anno giudiziario 2026. Esiste un’area grigia composta da colletti bianchi e imprenditori che "scelgono" consapevolmente la ‘ndrangheta. Non c’è costrizione, ma convenienza: si cercano i clan per ottenere sicurezza a basso costo o logistica in nero. Una sottovalutazione strategica, denunciata anche dal Procuratore Capo Giovanni Bombardieri, che ha permesso alle cosche di mettere radici profonde. In vista della Giornata della Memoria del 21 marzo a Torino, il messaggio è chiaro: la lotta alla ‘ndrangheta nel Nord non è più solo un compito della magistratura, ma una questione di etica economica. Finché l’imprenditoria considererà la mafia un "partner" vantaggioso, il Piemonte resterà una regione sotto scacco.