"Radici", arrivano la sentenza e una raffica di condanne: 11 i vibonesi coinvolti (NOMI e DETTAGLI)
E' arrivato a sentenza il processo “Radici”, nato da una indagine di polizia e guardia di finanza che tra il 2018 e il 2022 ha scoperchiato gli investimenti illeciti di una potente organizzazione insediata in Emilia-Romagna e collegata a note famiglie Mancuso, Fiarè e Piromalli della ‘ndrangheta calabrese: condanne per 98 anni in totale, 35.350 euro di multe più di 700mila euro tra risarcimenti di danni e spese legali alle parti civili sono arrivati per 21 imputati.
La sentenza è stata emessa dalla sezione penale del Tribunale di Ravenna, presieduta dalla giudice Cecilia Calandra; la Procura, con il pm della Dda di Bologna Marco Forte, aveva chiesto pene per oltre 110 anni. Undici i vibonesi coinvolti nel procedimento.
Condanne
Tra le condanne più pesanti ci sono quelle a 13 anni e 3 mesi per Saverio Serra (12mila euro di multa), considerato personaggio legato al clan dei Mancuso di Limbadi e attualmente in carcere (per lui il pm aveva chiesto 15 anni e 11 mesi). A seguire Francesco Patamia, condannato a 11 anni e 2 mesi (9.200 euro di multa), e Rocco Patamia con 10 anni e 6 mesi (8.600 euro di multa). Francesco Patamia fu candidato alla Camera alle elezioni politiche con la lista Noi moderati e per lui la richiesta del pm era stata di 13 anni, mentre per il padre Rocco erano stati chiesti 11 anni e 10 mesi. I Patamia erano ritenuti dall’accusa a disposizione della cosca dei Piromalli di Gioia Tauro.
Gli altri condannati (con bene comprese tra un massimo di sei anni e otto mesi e un minimo di due anni) sono Massimo Antoniazzi, Domenico Arena, Marcello Bagalà, Claudia Bianchi, Giorgio Giuseppe Caglio, Antonino Carnovale, Gregorio Ciccarello, Alessandro Di Maina, Giovanni Forgione, Carmelo Forgione, Annunziata Amendola, Giuseppe Maiolo, Giovanni Battista Moschella, Eleonora Piperno, Pietro Piperno, Patrizia Russo, Michele Scrugli, Leoluca Serra.
Assoluzioni per Renato Domenico Brambilla, Giuseppe Sarto e per Gianluca Cannatelli, difeso dall’avvocato Nazzareno Latassa.
I vibonesi coinvolti
- 3 anni e 6 mesi per l’avvocato del Foro di Vibo Valentia, Domenico Arena, di 48 anni, di Vibo, residente a Modena e con in precedenza uno studio legale a Spilinga;
- 5 anni e 11 mesi per Antonino Carnovale, di 49 anni, di Piscopio, domiciliato a Imola;
- 13 anni e 3 mesi di reclusione per Saverio Serra, di 53 anni, di Vibo Valentia, residente a Cervia;
- 3 anni e 7 mesi per Annunziata Gramendola, di 49 anni, di Vibo Valentia ma residente a Cervia;
- 5 anni e 10 mesi per Giovanni Battista Moschella, di 65 anni, di Vibo Valentia, ma residente a Modena;
- 2 anni e 4 mesi per Pietro Piperno, di 63 anni, di Piscopio e residente a Dozza (Bo);
- 2 anni per Eleonora Piperno, di 30 anni, di Piscopio, residente a Dozza (Bo);
- 3 anni per Patrizia Russo, di 46 anni, di Piscopio; 4 anni per Michele Scrugli, di 32 anni, di Vibo Valentia;
- 4 anni per Leoluca Serra, di 23 anni, di Vibo Valentia, residente a Cervia (Ra);
- 3 anni e 9 mesi per Giuseppe Maiolo, di 54 anni, di Vibo Valentia, residente a Lonato del Garda (Bs);
- assoluzione per Gianluca Cannatelli, di 29 anni, di Vibo Valentia.
Parti civili
Tra le parti civili risarcite figurano quattro enti pubblici: i Comuni di Bagnacavallo (provvisionale di 10mila euro), Cervia (20mila), Cesenatico (20mila) e Imola (15mila). Danni riconosciuti pure ai sindacati Cgil, Cisl e Uil regionali (5mila euro ciascuno), alla Camera del lavoro di Forlì-Cesena (5mila) e all’associazione Libera (5mila). Tra le parti civili, vittima di minacce, anche il 61enne Marco Ballotta, ex portiere di serie A: sarà risarcito di tremila euro da Moschella.
Indagini
Il processo Radici è nato da una indagine di polizia e guardia di finanza che tra il 2018 e il 2022 ha scoperchiato gli investimenti illeciti nell’industria alberghiera e dolciaria di una potente organizzazione insediata in Emilia-Romagna e collegata a note famiglie della ‘ndrangheta calabrese. Nel dibattimento è emersa la carica di violenza verbale e fisica con la quale membri dell’organizzazione imponevano alle loro vittime, in particolare lavoratori in stato di bisogno e imprenditori in difficoltà finanziaria, la forza della cosca.
