È stato trovato in un bunker sotterraneo a Bovalino dal quale si accedeva da una intercapedine tra stanze di casa sua

Antonio Pelle, 54 anni, detto "vancheddu" ma conosciuto come "la mamma", ritenuto il capo dell'omonima cosca di San Luca, è stato arrestato dalla squadra mobile di Reggio Calabria. Era latitante dal 2011 quando fuggì dall'ospedale di Locri.

Il bunker. L'uomo deve scontare una condanna a 20 anni di reclusione. Il suo nome era nell'elenco dei 100 ricercati considerati più pericolosi e stava per essere inserito nei primi 10. È stato trovato in un bunker sotterraneo a Bovalino dal quale si accedeva da una intercapedine tra le stanze di casa sua.  Colpito da un fermo il 30 agosto 2007 e da un provvedimento cautelare il 17 settembre di quell'anno, cui riusci' a sottrarsi, fu arrestato il 16 ottobre 2008 dalla Squadra mobile in un bunker sotterraneo ad Ardore Marina. Nel 2011 la Corte di appello di Reggio Calabria sostitui' la custodia in carcere con gli arresti domiciliari, per ragioni di salute. Una perizia dei consulenti della Corte d'Assise, infatti, aveva stabilito l'incompatibilita' col regime carcerario per una grave forma di anoressia, sopraggiunta ad una prima anoressia autodeterminata dal rifiuto volontario di assumere cibo. Successivamente, il 14 settembre 2011, fu trasportato d'urgenza all'ospedale di Locri, da dove si rese irreperibile. Dalle indagini successive si stabili' che progettava da tempo l'evasione e, forse con complicita' all'interno del carcere, era riuscito ad avere dei medicinali dimagranti.

Gli inquirenti. Nel corso di una conferenza stampa tenuta nella sala "Nicola Calipari" della Questura, il procuratore capo Federico Cafiero De Raho si e' complimentato col questore Raffaele Grassi e col capo della Mobile Francesco Ratta'. "Lo cercavamo dappertutto e, infine, il cerchio si è ristretto proprio alla sua abitazione". Così il capo della Squadra mobile di Reggio Calabria Francesco Rattà ha sottolineato, parlando dell'arresto del boss Antonio Pelle, il concetto "secondo cui la teoria che i veri boss non si allontanano mai troppo dal territorio d'origine, trova anche in questo caso piena conferma".
"Antonio Pelle, sposato con Antonella Vottari - ha detto il questore di Reggio Calabria Raffaele Grassi - era ormai l'ultimo dei protagonisti strategici della sanguinosa faida di San Luca. Adesso, con la sua cattura e con i processi in corso, ogni pezzo del mosaico è stato messo al punto giusto". Condannato a 20 anni di reclusione, Pelle non ha condanne per reati di sangue.
"La sua cattura - ha sottolineato il procuratore della Repubblica Federico Cafiero de Raho - testimonia la forte capacità dello Stato e delle sue articolazioni di rompere ogni livello di collusione costruito attorno ai latitanti. Oggi in provincia di Reggio Calabria opera personale investigativo di primordine che garantisce assoluta riservatezza di indagine e capacità di intervento rapido a tutela della sicurezza pubblica. Pelle, che era stato arrestato nel 2009, nel 2011 era stato assegnato agli arresti ospedalieri clinici. Approfittando di questa situazione, fece perdere le proprie tracce. Adesso, grazie all'opera degli uomini e delle donne della squadra mobile di Reggio Calabria, è stato catturato e consegnato alla giustizia".

Il covo. Il nascondiglio di Pelle è stato individuato in una intercapedine realizzata nel muro divisorio tra la camera da letto e il bagno. "E' una ulteriore prova - ha detto Rattà - dell'alta specializzazione 'bunkeristica' raggiunta soprattutto dalla 'ndrangheta della ionica reggina. L'ingresso del rifugio era davvero stretto, grande quasi come l'apertura di una piccola cassaforte domestica, da dove Pelle riusciva ad infilarsi non appena venivano avviati i controlli delle forze dell'ordine, scampando così alla cattura".

La reazione. Il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, sottolinea "l'ottimo lavoro della Squadra mobile di Reggio Calabria, con il supporto del servizio centrale operativo e della Polizia scientifica, che ha portato all'arresto di Antonio Pelle, 54 anni, latitante dal 2011, evaso dall'ospedale di Locri e ricercato per una condanna definitiva a 20 di reclusione per associazione mafiosa, armi e droga. Il latitante, inserito nell'elenco dei latitanti pericolosi, si nascondeva nell'abitazione di famiglia, in un bunker costruito fra il bagno e la camera da letto del figlio. Questo dimostra - continua -, ancora una volta, che nessuno può sfuggire per sempre alla giustizia. Il lavoro dei nostri uomini, il loro impegno e la grande capacità investigativa, sono al servizio del nostro Paese e dei cittadini per il controllo del territorio e per rafforzare la percezione di sicurezza".

https://youtu.be/GxFSJKHT9so