In un contesto regionale ancora segnato da profonde difficoltà strutturali, Vibo Valentia emerge come una delle locomotive del lavoro "in rosa" in Calabria. È quanto emerge dall'ultimo report dell'Osservatorio Mpi di Confartigianato Imprese Calabria, diffuso in occasione dell'8 marzo, che fotografa una provincia capace di invertire la rotta e far segnare numeri mai visti negli ultimi anni.

Con un tasso di occupazione femminile che si attesta al 39,3%, Vibo Valentia conquista la medaglia d'argento su scala regionale, posizionandosi subito dopo Catanzaro (41,3%) e staccando nettamente le altre province. Si tratta di un risultato storico per il territorio vibonese che, insieme a Reggio Calabria, ha raggiunto nel 2024 il picco massimo della propria serie storica recente, dimostrando una nuova vitalità del tessuto produttivo locale e una crescente partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

A livello regionale, il quadro generale mostra segni di risveglio: nei primi nove mesi del 2025 le lavoratrici in Calabria sono salite a 206mila, con una crescita del 4,9%, un dato che supera addirittura l'incremento dell'occupazione maschile (+3,9%). A trainare la salita è soprattutto il lavoro dipendente (+5,7%), mentre l'imprenditoria autonoma segna un più timido +1,3%.

Tuttavia, i dati di Confartigianato invitano alla cautela e non nascondono le ombre dietro le luci. Nonostante la performance positiva di Vibo, la Calabria resta penultima nella classifica nazionale con un tasso medio del 35,8%. Il "soffitto di cristallo" e i limiti strutturali rimangono evidenti nel divario di genere: in regione la differenza tra occupazione maschile e femminile è di ben 26 punti percentuali. Se Reggio Calabria vanta il gap più contenuto (21,6 punti), altre aree come Crotone vedono una distanza abissale che supera i 36 punti.

"Il valore massimo registrato a Vibo Valentia è un segnale di speranza — si legge tra le righe dell'analisi — ma il quadro territoriale resta estremamente disomogeneo". Se da un lato Vibo e Catanzaro provano a correre, dall'altro Cosenza, Crotone e Reggio figurano ancora tra le ultime dieci province italiane, confermando un ritardo che necessita di politiche attive e mirate per essere colmato definitivamente.