'Ndrangheta, il grido d'aiuto di un detenuto: «Malato e a rischio suicidio» (NOME)
I legali del 59enne chiedono misure urgenti: «Soffre di una grave patologia oncologica e crisi claustrofobiche. Errore nelle traduzioni delle intercettazioni»
Dietro le sbarre del plesso "San Pietro" della casa circondariale "Giuseppe Panzera", la detenzione di Frank Albanese sta assumendo i contorni di un’emergenza non solo giudiziaria, ma profondamente umana e clinica. Il 59enne, cittadino statunitense di origini sidernesi finito in manette lo scorso marzo nell'ambito della maxi-inchiesta "Risiko", verserebbe in condizioni di salute "incompatibili con il regime carcerario", secondo quanto denunciato con forza dai suoi difensori, gli avvocati Antonio Russo e Domenico Cavaleri.
La difesa delinea un profilo sanitario allarmante. Albanese è affetto da una severa patologia tumorale, già oggetto di interventi chirurgici, a cui si aggiungerebbe una forma acuta di claustrofobia che starebbe scatenando crisi incontenibili. «Il nostro assistito viene trattato con dosaggi massicci di farmaci che, tuttavia, non sembrano sortire alcun effetto lenitivo», spiegano i legali.
Ma è l’aspetto psicologico a preoccupare maggiormente i familiari e il collegio difensivo: l'uomo avrebbe manifestato ripetuti e lucidi propositi suicidari. «Frank Albanese non riesce più a sostenere questa condizione e ha parlato apertamente di farla finita», avvertono Russo e Cavaleri, precisando di aver già informato formalmente la direzione della struttura detentiva affinché vengano adottate tutte le cautele necessarie per scongiurare una tragedia.
Oltre al fronte umanitario, la difesa sferra un attacco diretto all'impianto accusatorio coordinato dalla Dda reggina. Albanese è accusato di associazione mafiosa quale presunto elemento di raccordo tra la cosca Commisso di Siderno e le sue proiezioni in Canada e negli Stati Uniti (Albany).
In particolare, gli avvocati smentiscono categoricamente uno dei passaggi più pesanti dell'ordinanza: il presunto incontro tra Albanese e l'allora latitante Matteo Messina Denaro. «Abbiamo ascoltato i file audio originali e li abbiamo sottoposti a una perizia di traduzione giurata: quel riferimento non esiste», dichiarano i legali, parlando di gravi errori interpretativi nelle intercettazioni ambientali. Secondo la difesa, le conversazioni tradotte in modo distorto avrebbero alterato il ruolo di Albanese, descritto dagli inquirenti come un "ambasciatore" della 'ndrangheta all'estero, dedito al reclutamento e al supporto dei latitanti. La battaglia legale si sposta ora sul piano delle perizie tecniche, mentre i familiari attendono con ansia una decisione che possa trasferire l'indagato in una struttura idonea alle sue cure.
