Rompere il muro del silenzio che circonda la terra calabrese e spronarne gli abitanti a denunciare i soprusi e le angherie inflitte dalle 'ndrine mafiose sul territorio. Una sala contenente circa centocinquanta persone che proseguivano anche sino al corridoio del Chiostro San Domenico, alla presenza di autorità civili e militari, ha accolto la presentazione del libro scritto da Marisa Manzini: "Fai silenzio ca parrasti assai" . A dialogare con l'autrice il procuratore di Lamezia Salvatore Curcio e a facilitare il dialogo la giornalista Mara Martelli. Un testo, quello scritto da Marisa Manzini, che racconta la vita di uomini e di donne che hanno deciso, in veste di collaboratori o di testimoni di giustizia, di rompere l'assordante silenzio che vige come regola non scritta nei territori dominati dalle cosche e, in particolare, da una di esse: la cosca Mancuso di Limbadi, una tra le più sanguinarie cosche calabresi a cui il magistrato ha sferrato duri colpi. "Il libro è nato da una frase pronunciata in udienza, riportata nel titolo, da un capo cosca che con quella frase lanciava un messaggio chiaro al pubblico ministero che ero io e al territorio. Voleva dimostrare ancora una volta che malgrado si trovasse lontano era ancora a capo di quel territorio."




Un libro per non dimenticare. Tante le storie raccolte in "Fai silenzio ca parrasti assai" che narra circa quindici anni di carriera di Marisa Manzini e che si focalizza su tante figure diverse da Michele Penna, giovane di Stefanaconi vittima di lupara bianca il cui corpo non è mai stato ritrovato e della forza della famiglia sempre schierata con lo Stato alla ricerca della verità, alla storia dei coniugi Grasso e Franzè, testimoni di giustizia contro la cosca Mancuso. Un testo dedicato ai giovani "perché sono la speranza per il futuro" dice Marisa Manzini ma dedicato anche ad una donna, una donna che non ha avuto la forza di proseguire un percorso di collaborazione con la giustizia e che dopo un mese dalla decisione di ritornare a casa, dalla sua famiglia di 'ndrangheta, si suicidó. È per quella donna che Marisa Manzini confessa di aver anche scritto il libro, una donna che è rimasta impressa nella mente del magistrato che in quell'iniziale collaborazione vedeva "un sogno. Un sogno per la Calabria, un'era di cambiamento.

Vicini allo Stato. Un ruolo fondamentale è quello dello Stato attraverso le sue istituzioni e gli uomini e le donne che quotidianamente lottano per la giustizia. Un compito altresì centrale e dirompente è quello affidato alle persone, a tutti gli abitanti del territorio che devono mantenere un profilo netto di lotta alla ndrangheta senza vacillare o esporre spille di associazioni antimafia senza credervi sino in fondo. "Non essere coerenti con noi stessi- ha dichiarato Salvatore Curcio- è un regalo che facciamo quotidianamente alla ndrangheta." Una scelta, è tutto attorno alla scelta di parlare il potere che lo Stato e la magistratura possono utilizzare contro il cancro mafioso che ha invaso di metastasi l'intero territorio.

Piccoli lettori. In sala tra i tanti adulti attenti anche dei bambini. Proprio uno di essi ha concluso inaspettatamente la serata rivolgendo una domanda a Marisa Manzini "Ha avuto paura?" ha chiesto il piccolo, sedendosi di fianco al magistrato. "In quel momento sono rimasta colpita ma ho reagito sovrastandolo con la voce perché non potevo consentire ad un imputato di urlare." ha risposto Marisa Manzini. Un libro i cui proventi saranno devoluti ad un'associazione, la Fervicredo, che si occupa di assicurare sostegno ai feriti e alle vittime della criminalità e del dovere.