La struttura organizzativa della cosca Bonavota, come emerge dalle motivazioni della sentenza di primo grado del processo in abbreviato "Rinascita" si deve ad Andrea Mantella, il collaboratore di giustizia per antonomasia, per quel che riguarda i fatti del Vibonese, della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. "A Mantella -scrivono i giudici  - oltre alla completa descrizione della struttura organizzativa ed operativa della cosca Bonavota, si deve anche la rivelazione degli assetti e degli interessi criminali sottesi alla cruenta faida che, tra il settembre del 2011 e il luglio del 2012, ha insanguinato il territorio di Stefanaconi e zone limitrofe, nel corso della quale sono stati registrati ben 10 agguati omicidiari".
La faida del Mesima. Ma c'è anche, nella faida del Mesima, tra il gruppo Patania di Stefanaconi ed i Piscopisani, "appoggiati dai Bonavota", la collaborazione significativa di Raffaele Moscato, considerato che "si è fatta piena luce sulle motivazioni poste alla base dell'indicata, impressionante, sequenza di omicidi' e tentati omicidi, da rinvenirsi nel tentativo di una frangia della criminalità di stampo mafioso del vibonese (costituita, tra gli altri, dai piscopisani, gruppo di appartenenza del Moscato, dal gruppo dei vibonesi guidato dallo stesso Mantella e dagli Emanuele, con l'appoggio del clan Bonavota) di affrancarsi dall'egemonia esercitata dai Mancuso sul loro territorio".
Il progetto sanguinario. Proprio in questo contesto,  "i Bonavota hanno aderito al progetto, sostenuto dai gruppi criminali ostili ai Mancuso, di eliminare il- sanguinario Pantaleone Mancuso,  "Scarpuni", senza che tuttavia tale progetto abbia trovato effettivo compimento -spiegano i giudici - perché lo stesso Mancuso era stato dapprima arrestato, dopodiché, una volta scarcerato, si era accordato con i propri avversari per la pacifica spartizione del territorio (situazione, questa, che ha rappresentato il preludio dell'attuale periodo di pacifica convivenza e collaborazione di tutte le cosche del vibonese, sotto la sapiente guida di Luigi Mancuso)". Ad ogni modo, "la partecipazione attiva degli esponenti della cosca Bonavota a questo conflitto armato, avvenuto negli anni 2011 e 2012 e dunque al di fuori del periodo di contestazione del procedimento "Uova del Drago", ne dimostra il pieno inserimento nelle dinamiche e nelle logiche interne del potere 'ndranghetistico del comprensorio vibonese".
Sostegno ai piscopisani. La famiglia Bonavota, accreditata "come pericolosa cosca di 'ndrangheta", avrebbe offerto appoggio a una delle fazioni in conflitto, prendendo parte all'accordo per l'eliminazione di uno dei più influenti boss della criminalità mafiosa locale, in'1 questo modo mostrando di godere di pieno riconoscimento e capacità di azione in tale, elevatissimo, contesto delinquenziale". "Sono poi state acquisite al presente procedimento dichiarazioni - tutte successive e non acquisite nel procedimento "Uova del Drago" - rese da altri collaboratori di giustizia, appartenenti a distinte realtà criminali -proseguono gli inquirenti -  talvolta operanti su territori diversi da quello vibonese, il cui narrato assume particolare rilievo nella misura in cui conferma il dato della particolare notorietà, prestigio e riconoscimento criminale che i Bonavota hanno ricevuto nel panorama 'ndranghetistico".
Pentito crotonese. Tra queste, si segnalano le dichiarazioni rese dal collaboratore Vincenzo Marino, appartenente alla cosca Vrenna Corigliano Bonaventura, operante nel crotonese, che ha trascorso un periodo di comune detenzione con gli esponenti di vertice della cosca Bonavota e che ha riferito "trattarsi di famiglia oramai pienamente riconosciuta nel contesto 'ndranghetistico, impegnata in attività delittuose di vario genere, potente militarmente e dotata di un "micidiale" gruppo di fuoco, oltre che in forte espansione e Con straordinaria disponibilità economica, tanto da avere interessi anche a Roma".