Caso Bergamini, in Appello la Procura chiede 23 anni per imputata (NOME)
Nel processo di secondo grado sulla morte del calciatore, la pubblica accusa invoca un aumento della pena rispetto alla condanna di primo grado
Il processo d’Appello sulla morte di Denis Bergamini entra in una fase decisiva con una richiesta destinata a pesare sull’esito del giudizio. Davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, il sostituto procuratore generale Luca Primicerio ha chiesto la condanna a 23 anni di carcere per Isabella Internò, ex compagna del centrocampista del Cosenza morto il 18 novembre 1989 lungo la statale ionica a Roseto Capo Spulico.
La richiesta avanzata dalla Procura Generale rappresenta un netto aggravamento rispetto alla sentenza emessa in primo grado dalla Corte d’Assise di Cosenza, che nell’ottobre 2024 aveva condannato la donna a 16 anni di reclusione. Secondo l’accusa, nel nuovo giudizio devono assumere maggiore peso le aggravanti contestate all’imputata, considerate prevalenti rispetto alle attenuanti generiche riconosciute nel precedente processo.
Nel corso della requisitoria, il magistrato ha ricostruito il contesto che avrebbe portato all’uccisione del calciatore, indicando nella relazione sentimentale tra Bergamini e Internò il fulcro dell’intera vicenda. Per la Procura non esisterebbero piste alternative: il delitto sarebbe maturato in un clima di tensioni personali e rancori legati alla fine del rapporto tra i due. Tra gli elementi richiamati dall’accusa anche il mancato matrimonio e la gravidanza interrotta della donna, considerati fattori che avrebbero alimentato il movente.
L’impianto accusatorio insiste inoltre sulla premeditazione. Secondo la Procura, la morte del giovane atleta non sarebbe stata il risultato di un gesto improvviso, ma l’esito di un piano studiato in anticipo. Proprio il riconoscimento della premeditazione costituisce uno dei punti centrali della richiesta di aumento della pena formulata nel processo di secondo grado.
Gli inquirenti sostengono che Bergamini sarebbe stato soffocato e che il suo corpo sarebbe stato successivamente lasciato sulla carreggiata, dove venne investito da un camion. Una ricostruzione che si contrappone alla tesi del suicidio, sostenuta all’epoca da Isabella Internò e accolta nella prima indagine giudiziaria.
Per anni la famiglia del calciatore ha contestato quella versione dei fatti, continuando a chiedere nuovi approfondimenti investigativi. Le iniziative dei familiari e il materiale successivamente acquisito portarono la Procura di Castrovillari ad aprire una nuova inchiesta, culminata poi con la condanna in primo grado della donna.
