pennello degrado
pennello degrado

“L’io è un asino che raglia al vuoto. A Vibo Marina, l’11 marzo 2026, non succede niente. E questa è la notizia”.

Lo scriveva nella settimana appena conclusa  Alessandro Di Renzo sul gruppo social Sei del Pennello se. “I serbatoi -rimarcava - sono ancora lì, cilindri arrugginiti piantati come lapidi su un campo che nessuno ha più il coraggio di chiamare cimitero industriale. Gli scheletri delle ex fabbriche non si sono spostati di un centimetro in 50 anni: stessa gobba, stessa ruggine, stesso silenzio da bestia addormentata che nessuno osa svegliare. I tombini, otturati e contenti, fanno da guardiani muti al paese che non scorre più.

Il vecchio cementificio dorme il sonno lungo e senza sogni di chi sa che non verrà mai più svegliato. Il porto è invecchiato male, come un attore di fotoromanzi che si ostina a portare la stessa giacca di velluto a coste degli anni Ottanta: fuori moda già nel 1995, ridicolo nel 2026. Sul lungoporto sfilano i peggiori modelli della moda retrò: felpe scolorite con scritte in inglese che nessuno ha mai capito, occhiali da sole da venticinque euro comprati in svendita nel 2018, scarpe e stivali sotto minigonne in acrilico che scricchiolano come rimproveri jeans a palazzo su ragazze alte m 1,45.

Il lungomare del Pennello aspetta.

La spiaggia del Pennello aspetta.

La scuola del Pennello aspetta.

Il torrente Antonucci aspetta, con la sua acqua marrone che non decide se essere ricordo di piena o promessa di siccità.

La Tonnara di Bivona aspetta da così tanto tempo che ormai sembra un concetto filosofico più che un luogo: l’attesa come categoria ontologica del Sud. Le canne lungo le strade – quelle che un tempo servivano a delimitare, a proteggere, a nascondere – adesso stanno ferme e basta. Aspettano anche loro, ma senza fretta. Non c’è più niente da delimitare.

E l’io? L’io non porta da nessuna parte.

È una parola che pesa, che ingombra, che raglia.

Io, io, io: il verso dell’asino che si specchia in una pozzanghera e si convince di essere importante. Qui l’asino non smette di ragliare da un pezzo. È convinto che tutti lo stavano aspettando

A Vibo Marina oggi non c’è dramma, non c’è riscatto, non c’è neppure vera disperazione. C’è solo questa calma piatta, onesta, quasi dignitosa nella sua ostinazione a non fingere movimento. Un paese che ha smesso di promettere se stesso al futuro e si limita a esistere, come un vecchio cane che dorme sotto il portico e ogni tanto alza la testa per controllare che il mondo non sia cambiato troppo.

Forse è proprio questa la forma più sincera di resistenza che ci resta: non illudersi che l’io possa salvarci, non aspettare il grande evento, semplicemente stare fermi e lasciare che il tempo faccia quello che sa fare meglio: passare senza chiedere permesso, lasciando tutto esattamente com’era.

Con gli stessi serbatoi, gli stessi tombini contenti, la stessa attesa che non si arrende ma neanche si affanna.

Buona giornata, Vibo Marina. Continua pure a non succedere niente. Tanto, lo sappiamo entrambi: l’io non ci porterà comunque da nessuna parte”.