Il guerriero Sinisa Mihajlovic ha perso la sua ultima partita
Stavolta ha perso, stavolta Sinisa Mihajlovic non ha battuto l’avversario più duro. Ha lottato, ma a vincere è stata questa bastarda malattia che tre anni fa si è impossessata di lui e non l’ha più lasciato.
Quel suo spirito guerriero gli ruggiva dentro: scaturito soprattutto dalle vicende vissute in patria, nella sua Vukovar, città jugoslava dove i serbi come lui erano in minoranza rispetto ai croati, dove, alla dissoluzione della Jugoslavia si scatenò l’inferno per una guerra civile durante la quale Sinisa vide parenti in armi l’uno contro l’altro, improvvisamente, anche nella sua famiglia. E la sua città distrutta.
È stato uno dei più straordinari combattenti visti sui campi della serie A, un uomo-squadra come pochi. Difensore solo sulla carta, perché, tra le altre qualità, possedeva un sinistro micidiale, il più portentoso che si ricordi, quando sorvolava le barriere e si schiantava in rete: è tuttora suo il record di gol su punizione diretta in serie A, ben 28 (a pari merito con Andrea Pirlo).
Nelle squadre in cui ha giocato ha lasciato sempre il segno: la Stella Rossa di Belgrado, addirittura campione d’Europa nel 1991 con un Mihajlovic appena 22enne, la Lazio di Eriksson che fu la più vincente di sempre nella storia del club romano, persino l’Inter dove chiuse la carriera, insieme al suo amico Roberto Mancini che gli fece da allenatore in quei due anni (2004-2006) durante i quali l’Inter ricominciò a vincere.
Quando si ritirò, con una partita di addio a Novi Sad, invitò tutti i giornalisti al seguito dei nerazzurri: volo, trasferimenti e albergo, tutto offerto da Sinisa, che era un burbero dal cuore enorme. Poi la carriera di allenatore, secondo all’Inter, quindi il Bologna e il Catania all’inizio, poi la Fiorentina, un anno alla guida della Serbia, la Sampdoria, dove da calciatore era iniziato il sodalizio con Mancini ed Erikson esportato poi alla Lazio; quindi, la grande occasione al Milan (solo un anno, a causa dei rapporti mai facili con Berlusconi, ma fu lui a scommettere sul minorenne Donnarumma in porta), il Torino, fino agli ultimi tre anni al Bologna. Qui, irrompe la malattia, che affronta con coraggio e schiettezza, indomito non rinunciando alla panchina: un malato che non faceva il malato, che prendeva di petto la malattia e l’affrontava, la marcava stretta e duramente come gli avversari in campo.
Mihajlovic aveva 53 anni e – come scrive l’Inter nel dare la triste notizia dal suo sito – “lascia un vuoto incolmabile nel calcio per le qualità tecniche e umane di cui questo mondo avrebbe avuto ancora assoluto bisogno”.
"Segnato indelebilmente dalla guerra etnica nell'ex Jugoslavia, Sinisa nel tempo è cambiato, restando però sempre fedele a sé stesso e ai suoi valori. Ha affrontato la malattia come sapeva fare meglio: da guerriero. Ma stavolta non ce l'ha fatta", questo il ricordo che traccia Gazzetta.it che evidenzia i due Mihajlovic vissuti in questi 53 anni, due Mihajlovic, prima e dopo, solo apparentemente in contrasto, ma in realtà legati da un filo solido e ben teso, tra tenacia e coerenza.
C’è un "Prima" da grande calciatore e ottimo allenatore. E un "Dopo" da un uomo che, con lo stesso carattere battagliero che esibiva in campo o in panchina, ha combattuto contro il peggior nemico che possa presentarsi: il dolore.
Orgoglioso e tenace, si è sempre mostrato per quello che era in quel preciso momento. Fino all’ultimo.
