Una scelta volontaria, quella di lasciar morire la bambina di stenti nel suo lettino. Ma non premeditata, bensì maturata una volta uscita di casa, quando Alessia Pifferi ha deciso che sarebbe stato più importante rimanere col suo compagno a Leffe, in provincia di Bergamo, piuttosto che tornare ad occuparsi di Diana, la figlia di 18 mesi rimasta sola nell'appartamento di via Parea con un solo biberon di latte e il caldo soffocante. Motivo che ha portato il giudice Fabrizio Filice a non riconoscere, per il momento, l'aggravante della premeditazione.

"Io ci contavo sulla possibilità di avere un futuro con lui, e infatti era proprio quello che in quei giorni stavo cercando di capire; è per questo che ho ritenuto cruciale non interrompere quei giorni in cui ero con lui anche quando ho avuto paura che la bambina potesse stare molto male o morire", ha detto Alessia Pifferi davanti al giudice che ha convalidato il fermo. Nel suo interrogatorio, Pifferi ha parlato anche di una doppia percezione avuta in quei giorni: da una parte l'apprensione per la figlia ("Avevo paura che potesse morire "), dall'altra il timore di essere giudicata ("Avevo anche paura del giudizio negativo di mia sorella e della reazione del mio compagno "). Tra queste due, vince la seconda. "Lei si prefigura esattamente la più concreta eventualità che la figlia sia morta o stia morendo - scrive il giudice - e la soppesa però in un processo mentale (...) con la paura di introdurre un nuovo e significativamente più grave elemento di tensione con il compagno".

Questo attrito, nella sua mente, avrebbe potuto "compromettere per sempre quel precario equilibrio che entrambi stavano ricercando". Ragionamento simile per "la paura e soprattutto l'orgoglio di non chiedere aiuto alla sorella", che "dopo averla già giudicata negativamente per il suo stile di vita le avrebbe riservato un nuovo e ben più pesante giudizio negativo e svalutante".

"Alessia Pifferi - si legge nel provvedimento di convalida - nel corso dei sei giorni in cui ha lasciato la bambina da sola, è passata da uno stato iniziale di superficiale incoscienza - probabilmente suffragato dal fatto che le scorse volte in cui aveva commesso un'analoga condotta per 48 ore, non era successo nulla di irreparabile - a uno stato di consapevolezza molto più profondo, che l'ha portata a ritenere praticamente certa o altissimamente probabile la morte della bambina". Una consapevolezza che però è arrivata durante il periodo lontano da casa e non prima, il che ha spinto il giudice a non ritenere che vi fosse premeditazione. "In quel momento (...) Pifferi ritiene altamente probabile, se non certo, l'evento morte della bambina: non si limita a prevederne e ad accettarne il rischio, ma lo prevede e lo accetta e quindi, pur non perseguendolo come suo scopo finale, alternativamente lo vuole". Un quadro che, precisa il giudice, potrebbe cambiare se l'autopsia sul corpo della bambina (prevista per martedì) dovesse rilevare tracce di intossicazione da benzodiazepine.

Non cambia però il giudizio netto nei confronti di Pifferi, che ricalca quello della richiesta di convalida del pm Francesco De Tommasi. Per il giudice siamo di fronte a una "personalità non equilibrata, incline alla mistificazione e alla strumentalizzazione degli affetti, nonché segnata dalla totale mancanza di rispetto per la vita umana".