Coronavirus, lettera al ministro Bonafede: "Preoccupati per personale uffici giudiziari"
"I procuratori generali di tutta l’Italia si rivolgono a lei per rappresentare un’esigenza che ogni giorno diviene più pressante e di non facile soluzione. La nostra preoccupazione riguarda il personale amministrativo in servizio negli Uffici giudiziari, che guarda a noi e ai dirigenti amministrativi e attende una risposta che dia garanzie quanto all’esposizione ai rischi di contagio e all’impiego quotidiano". È quanto si legge in una lettera al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede da parte dei procuratori generali della Repubblica presso le Corti d’appello di Ancona Sergio Sottani, Bari Anna Maria Tosto, Bologna Ignazio De Francisci, Brescia Marco Martani, Cagliari Francesca Nanni, Caltanissetta Lia Sava, Campobasso Guido Rispoli, Catania Roberto Saieva, Catanzaro Beniamino Calabrese, Firenze Marcello Viola, Genova Tommaso Grossi, L'Aquila Pietro Mennini, Lecce Antonio Maruccia, Messina Vincenzo Barbaro, Milano Nunzia Gatto, Napoli Luigi Riello, Palermo Roberto Scarpinato, Perugia Fausto Cardella, Potenza Armando D’Alterio, Reggio Calabria Bernardo Petralia, Roma Federico De Siervo, Salerno Leonida Primicerio, Torino Francesco Enrico Saluzzo, Trento Giovanni Ilarda, Trieste Dario Grhomann, Venezia Antonio Mura.
"Le disposizioni normative (segnatamente l’ultimo decreto legge) hanno ridotto a pochissime attività quello che è l’ordinario lavoro delle Procure generali, delle Procure della Repubblica e degli stessi uffici giudicanti. Sicché, esponiamo - ogni giorno - un elevatissimo numero di persone all’obbligo di recarsi in ufficio a fronte di un’attività veramente minima. E, parimenti, le esponiamo a tutti i rischi connessi agli spostamenti al e dal luogo di lavoro, oltre che alla 'coabitazione' (non sempre in condizioni ottimali, quanto alla precauzione sanitaria) in uffici spesso inadeguati. Come Le è noto, gli unici strumenti che abbiamo a disposizione per poter 'decrementare' la presenza di quelle persone negli uffici è una sorta di 'moral suasion' affinché utilizzino periodi di congedo o i cosiddetti riposi compensativi, congedi straordinari o qualche altra forma di assenza volontaria. Queste misure hanno però esaurito la spinta propulsiva. Esse sono molto gravose per il personale, che dovrebbe ipotecare future possibilità di fruizione per esigenze personali e familiari; e non possono essere imposte", scrivono i procuratori
