Mileto è la citta che fu capitale normanna dove si narra che nei tempi antichi sostò finanche re Cuor di leone; la culla della religiosità di un fetta di terra bruzia con la sua millenaria diocesi; il luogo della grazia dello spirito e della fede in cui è nata e vissuta la Serva di Dio Natuzza Evolo; il paese poco distante dall’azzurro mare di Nicotera, dalla frescura del Poro e dal fiume Mesima con le sue insolenti zanzare.

Ma Mileto in questo momento è soprattutto uno dei tanti luoghi di questa nostra Italia e di questa nostra Calabria degli ultimi e delle mille partenze in cui si respira in questi giorni il dolore affannoso e antico della preoccupazione. Una preoccupazione che bene o male si legge sul volto di tutti anche di chi, con la battuta pronta che non guasta, tenta di esorcizzare ogni forma di paura.

Il coronavirus ha giocoforza cambiato le abitudini, le attese, le speranze, le gioie e i progetti per l’immediato futuro. Cancellato eventi politici, sportivi, mondani, celebrazioni religiose, funerali, matrimoni, feste di compleanno, gite fuori porta e viaggi già programmati da tempo. Negli ultimi lustri non era mai accaduto. Il virus maledetto - con la sua cinica irruenza, tipica del lestofante, allenato a non avere riguardi nei confronti di nessuno - ha di colpo messo in crisi un intero percorso di vita e con esso l’entusiasmo contagioso di tanti giovani rampanti, le saggezze di numerosi vegliardi e le considerazioni a go go di fette schiere di maturi "scrivani".

Ed in queste ore fa davvero impressione all’occhio di chi ama le sane abitudini di ogni giorno non vedere in giro gli scolari rumorosi e festanti, gli scuolabus andare avanti e indietro come al solito e le mamme, i papà e i nonni in trepida attesa, all’uscita di scuola, dei loro pargoli. Disturba notare i pullman senza studenti, vedere i bar poco frequentati, le pizzerie semivuote e cogliere, attraverso lo scatto di una foto, il centralissimo corso Umberto I con la sua anima quasi dimessa e pensierosa. Rattrista il cuore il silenzio assordante che circonda la Villa della Gioia di Mamma Natuzza, la maestosa Basilica Cattedrale e gli altri luoghi di culto della cittadina che fu di Ruggero, detto "il Bosso": dalla chiesa della SS. Trinità al Santuario della Cattolica.

Ma vi è un tempo per tutto. Questo è, forse, quello della grande "prova". Una prova generale dove ogni città, ogni luogo, ogni paese, ogni uomo, ne uscirà più forte di prima.