Il silenzio del molo Favarolo è rotto solo dal rumore dei passi stanchi dei 32 superstiti, unici testimoni di un abisso che ha inghiottito circa ottanta persone. Le testimonianze raccolte tra i naufraghi — cittadini pakistani, egiziani e bengalesi — compongono il mosaico di una Pasqua di sangue nel Canale di Sicilia. «Siamo partiti in centodieci», ripetono ai soccorritori, con gli occhi ancora fissi sull'orrore vissuto in acque SAR libiche.

L'imbarcazione, un vecchio scafo in legno di circa 15 metri dotato di due motori, era salpata nella notte tra venerdì e sabato da Tajoura, nei pressi di Tripoli. Dopo circa quindici ore di navigazione, il mare agitato ha iniziato a schiaffeggiare il ponte, provocando massicce infiltrazioni d'acqua. In pochi istanti, il barcone si è capovolto, trasformandosi in una trappola mortale per la maggior parte dei passeggeri.

L’allarme è scattato grazie a un aereo della Guardia Costiera in servizio di pattugliamento, che ha immortalato dall'alto le fasi concitate del capovolgimento. Sul punto del naufragio si sono fiondati i militari della motovedetta CP327, supportati dalle navi Ievoli Grey e Saavedra Tide.

I sopravvissuti — 31 uomini e un minore non accompagnato — hanno resistito in acqua per ore prima di essere recuperati. Al momento sono giunti a terra solo due cadaveri, ma il bilancio fornito dall’Oim (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) parla di circa 80 dispersi che mancano all'appello.

Attualmente i 32 naufraghi si trovano all'interno dell'hotspot di contrada Imbriacola. Sono tutti in stato di forte shock ipotermico e psicologico; dopo le prime visite mediche e il ristoro, sono stati lasciati riposare prima di essere ascoltati ufficialmente dagli inquirenti. Le immagini aeree del disastro sono ora al vaglio delle autorità per ricostruire i tempi dell'intervento e confermare il numero esatto delle persone che viaggiavano verso le coste italiane, in quello che si profila come uno dei naufragi più gravi di questo inizio 2026.