Nonostante i rischi evidenti, a Roma, Trento, Genova e Perugia anche nell'ultimo decennio sono state realizzate nuove edificazioni in aree a rischio

Il 68% dei comuni ha dichiarato di svolgere regolarmente un'attività di manutenzione ordinaria delle sponde dei corsi d'acqua e delle opere di difesa idraulica; nel 70% dei comuni campione sono state realizzate opere per la messa in sicurezza dei corsi d'acqua o di consolidamento dei versanti franosi.

Tra i 982 comuni in cui è stata segnalata la realizzazione di interventi e opere di messa in sicurezza, in ben 413 (il 42%) tale attività ha riguardato la costruzione di nuove arginature o l'ampliamento di opere di difesa già esistenti. Solo nel 12% dei casi (115 comuni), gli interventi di messa in sicurezza hanno previsto il ripristino delle aree di espansione naturale dei corsi d'acqua. Nel 45% delle amministrazioni (439 comuni fra i 982 dove sono stati realizzati interventi) sono state realizzate opere di consolidamento dei versanti montuosi e collinari instabili, ma soltanto in 47 comuni (appena il 5%) è stato previsto il rimboschimento dei versanti piu' fragili. Nel 39% dei comuni le attività di messa in sicurezza hanno previsto opere di risagomatura dell'alveo fluviale. Ma interventi di questo tipo, rileva Legambiente, in molti casi possono amplificare il rischio per le strutture presenti a valle.

In 118 Comuni fra quelli intervistati (8% del campione) sono stati realizzati interventi di tombamento e copertura del corsi d'acqua, con la conseguente urbanizzazione delle aree sovrastanti. Migliore la situazione per quanto riguarda l'organizzazione del sistema locale di protezione civile, fondamentale per rispondere alle emergenze in maniera efficace e tempestiva. L'84% dei comuni si è dotato di un piano di emergenza da mettere in atto in caso di frana o alluvione. Tuttavia, soltanto il 46% dei comuni intervistati ha dichiarato di aver aggiornato il proprio piano d'emergenza negli ultimi due anni. E se la legge 100 del 2012 ha stabilito l'obbligo di adottare un piano d'emergenza di protezione civile entro 90 giorni dall'entrata in vigore della legge stessa, ancora oggi, alcuni Comuni continuano a non adempiere a questo importante compito. Nel 43% dei Comuni che hanno partecipato all'indagine sono presenti e attivi sistemi di monitoraggio finalizzati all'allerta in caso di pericolo. Il 67% dei Comuni riferisce di aver recepito il sistema di allertamento regionale: un importante passaggio per far sì che il territorio sia informato con tempestività su eventuali situazioni di allerta e pericolo. Soltanto il 31% però (440 amministrazioni) ha affermato di aver organizzato iniziative dedicate all'informazione dei cittadini, e il 30% (417 comuni) di aver realizzato esercitazioni per testare l'efficienza del sistema locale di protezione civile.

La Presidenza del Consiglio, con la Struttura di missione Italia Sicura, ha dato un segnale importante per uscire dalla logica dell'emergenza superando la tendenza degli ultimi anni in cui sono stati spesi circa 800 mila euro al giorno per riparare i danni e meno di un terzo di questa cifra per prevenirli. I primi frutti del lavoro di razionalizzazione si sono cominciati a vedere quando sono stati recuperati e stanziati i primi 654 milioni di euro per i primi 33 cantieri che fanno parte del più ampio Piano delle città metropolitane che comprende 132 interventi complessivi per un totale di oltre 1,3 miliardi euro. Proprio le città, secondo il rapporto di Legambiente, rappresentano oggi il cuore della sfida per l'adattamento ai cambiamenti climatici e agli affetti che essi comportano. E' qui, infatti, che si produce la quota più rilevante di emissioni ed è qui che l'intensità e frequenza di fenomeni meteorologici estremi sta determinando danni crescenti, mettendo in pericolo vite umane e determinando danni a edifici e infrastrutture.

Tra le città capoluogo solo 12 hanno risposto al questionario di Ecosistema rischio: Roma, Ancona, Cagliari, Napoli, Aosta, Bologna, Perugia, Potenza, Palermo, Genova, Catanzaro e Trento. A Roma e Napoli sono oltre 100.000 i cittadini che vivono o lavorano in zone a rischio, poco meno di 100.000 anche le persone in aree a rischio nella città di Genova. Inoltre, nonostante i rischi ormai evidenti, nelle città di Roma, Trento, Genova e Perugia anche nell'ultimo decennio sono state realizzate nuove edificazioni in aree a rischio. E' necessario allora, spiega Legambiente, sottolineare che per ottenere risultati realmente efficaci nella prevenzione e nella mitigazione del rischio idrogeologico, oltre all'impegno da parte delle amministrazioni comunali su alcuni aspetti di stretta competenza, bisogna dar vita ad una filiera virtuosa a cui contribuiscano soggetti ed enti diversi, dallo Stato centrale agli enti locali, alle Autorità di Bacino, ciascuno con il proprio ruolo e le proprie prerogative.