Renato Marziano, collaboratore di giustizia, continua a descrivere la galassia della 'ndrangheta di Piscopio nei verbali dell'inchiesta “Portosalvo”, che riguarda omicidi nella storia della città. Ex esponente del clan, Marziano espone dettagli sulle attività illecite e le relazioni tra cosche.

Riferisce di un'estorsione a Vibo Marina, in cui sono stati arrestati Rosario Tavella, Francesco Fortuna e Rosario Mantino, eseguita su mandato dei Piscopisani poiché i titolari dei pescherecci avevano rifornito di tonni Antonio Vacatello, rifiutando di farlo per Giuseppe Fazio, nipote di Nazzareno Fiorillo. Marziano afferma che i tre dovevano “prendere i gradi” nel clan, specificando che “avevano la dote di picciotto e dovevano ricevere quella da camorrista”. Fortuna, inizialmente legato a Vacatello, si è poi alleato con i Piscopisani.

Marziano menziona i Tripodi come clan amico, con rapporti stretti, in particolare con Domenico e Orlando Tripodi, che sono “appoggiati da quasi tutte le cosche della Locride, nello specifico di Siderno e San Luca”. I Tripodi, noti per il traffico di droga e il possesso di armi, hanno “numerosi immobili dove nascondere beni illeciti”.

Il pentito racconta anche di collegamenti con i Giampà di Lamezia, ricordando di aver accompagnato Nazzareno Fiorillo a un incontro presso le terme di Caronte, avvenuto “due volte di notte”. I contatti successivi con i lametini avvenivano tramite Adriano Tropea, un affiliato ai Giampà. In merito alla zona del Reggino, i Piscopisani hanno ottenuto l'autorizzazione all'apertura della Locale dai Commisso. Sono in opposizione ai Mancuso, in particolare a Luni "Scarpuni", e alle famiglie Fiarè, La Rosa, Patania e parte dei Lopreiato. Marziano sottolinea che “tutte le famiglie vicine ai Mancuso sono automaticamente contrapposte a noi Piscopisani”, citando anche i De Stefano di Reggio Calabria, i Pesce di Gioia Tauro e i Macrì di Rosarno.

Marziano ha acquisito queste informazioni durante il periodo in cui ha fatto da autista a Nazzareno Fiorillo. Consigliava a Fiorillo di utilizzare l'app “Line” per evitare intercettazioni, spiegando che “gli IP sono ubicati su server americani”, e il clan si proteggeva usando schede telefoniche rumene intestate a terzi, acquistate presso il “Punto Tre”, un negozio a Vibo.