"La dignità e la verità valgono più di una sentenza. Ho provato sulla mia pelle ciò che non credevo, cioè come si potesse nel nostro Paese condannare un cittadino onesto ed totalmente estraneo ai fatti contestati, in questo caso anche espressione della democrazia rappresentativa, membro della più alta camera della Repubblica Italiana, senza alcuna prova e senza alcun indizio come dimostrano le 1054 pagine di indagini della stessa Procura effettuate dopo la firma dell'ordinanza". Scrive così su Facebook il senatore di Forza Italia Marco Siclari, condannato nella giornata di ieri in abbreviato a 5 anni e 4 mesi (ne abbiamo parlato QUI), per l'accusa di scambio elettorale politico mafioso, nel processo "Eyphemos" contro le cosche di Sant'Eufemia d'Aspromonte.

Nel lungo post su Facebook Siclari ricostruisce quelle che, a suo avviso, sono le prove che dimostrano la sua innocenza: "Mi chiedo ogni giorno da 578 giorni perché mai avrei dovuto 'sperare' in un giudizio positivo sapendo di non aver commesso il fatto, sapendo che la Procura ha commesso un grave errore di valutazione elettorale, sapendo che le celle dei cellulari come dalle indagini della stessa Procura non si sono mai incrociati tra me e l’indagato, sapendo come accertato dalla Ctu effettuata dalla stessa Procura di Reggio Calabria sul cellulare e sul tablet sequestrato dell’indagato, che non ho mai avuto alcun contatto, né diretto né indiretto, con un 'soggetto' fino ad oggi 'non mafioso' e del quale mi contestano che un giorno è entrato nella segreteria elettorale (4 giorni prima de voto, 28 febbraio 2018) accompagnato dal presidente del Sindacato dei Medici di Medicina Generale di Reggio Calabria e nel quale incontro (non provato) secondo il pm, avrei fatto un patto mafioso perché quei due signori (fino ad oggi non mafiosi) sono rimasti dentro la segreteria per un tempo pari a 40 minuti".

"L’accusa - scrive ancora Siclari - sostiene che quel 'soggetto', segretario dell’Udeur prima e dell’Udc dopo a Sant’Eufemia d’Aspromonte (come scrive il Giudice del Tribunale di Palmi), avrebbe portato 'per deduzione' i voti di un clan. Dalle intercettazioni, invece, risulta che quel 'soggetto' avrebbe chiesto un solo voto per Forza Italia ad un’altra donna, sua amica e proprietaria di un bar. Io non ero nemmeno candidato in Forza Italia, ma ero espressione di tutti i partiti della coalizione. Il vantaggio, secondo l’accusa, che avrei apportato al clan (potentissimo secondo il pm) sarebbe il trasferimento di una dipendente di Poste Italiane. Trasferimento smentito dagli stessi dirigenti e funzionari di Poste Italiane, che sono stati oggetto di indagine come provato dalle Sit e dalle intercettazioni effettuati dalla stessa Procura".

"Andrò avanti fino alla fine per aver una sentenza giusta. In attesa delle motivazioni, mi dispiace intanto prendere atto, da uomo dello Stato, che il dispositivo della sentenza non rispecchia quello che emerge evidentemente dagli atti. Sono certo che il grado di Appello renderà giustizia e rispetterà le evidenze probatorie circa la mia estraneità dai fatti contestati. Andrò avanti a testa alta più di prima, perché so di non aver agito mai nell'illegalità. Il mio pensiero in questo momento - conclude Sicari - va alla sofferenza dei miei cari e della mia famiglia".