Essere stati affiliati alla 'ndrangheta, ovvero aver ricevuto un rito di affiliazione, non è sufficiente per provare una condotta di partecipazione alla mafia. Tuttavia "l'affiliazione rituale può costituire indizio grave della condotta di partecipazione al sodalizio" quando risulti "l'espressione non di una mera manifestazione di volontà" ma "di un patto reciprocamente vincolante e produttivo di un'offerta di contribuzione permanente tra affiliato ed associazione". Ad affermarlo è la Corte di Cassazione, chiamata a chiarire se la mera affiliazione a un'associazione di stampo mafioso, effettuata secondo il rituale previsto dall'associazione stessa, costituisca un fatto sufficiente per portare a una condanna.

Le Sezioni unite della Suprema Corte di Cassazione, dopo diverse oscillazioni interpretative, mettono quindi un punto sulla questione stabilendo che l'affiliazione non è da sola sufficiente per portare alla condanna ma può, in alcuni casi, costituire un "grave indizio".

La decisione è nata dal ricorso presentato dall'avvocato Pier Paolo Emanuele e dall'avvocato Luca Cianferoni, con la fattiva collaborazione dell'avvocato Alessandro Serraino e dell'avvocato Antonio Papalia, nell'interesse di Francesco e Domenico Modaffari, imputati nel processo "Eyphemos" che si sta celebrando dinanzi al Tribunale collegiale di Palmi. Vista la decisione della Cassazione è stato disposto l'annullamento con rinvio dell'ordinanza dispositiva della custodia cautelare in carcere nei confronti dei due Modaffari.