Si chiude con un significativo sconto di pena il nuovo capitolo giudiziario relativo all’agghiacciante spedizione punitiva avvenuta nel capoluogo calabrese nell'ottobre del 2022. La Corte d’Appello di Catanzaro (presieduta da Giancarlo Bianchi, con a latere Ippolito Luzzo e Carmela Tedesco) ha riformulato le condanne per i tre imputati, in accoglimento di quanto disposto dalla Corte di Cassazione, che aveva precedentemente annullato con rinvio la sentenza di secondo grado.

Il dato centrale della nuova pronuncia riguarda l'esclusione dell’aggravante mafiosa, che ha portato a una rideterminazione delle pene:

  • Vitaliano Costanzo: 5 anni e 2 mesi di reclusione;
  • Riccardo Elia: 5 anni e 2 mesi di reclusione;
  • Francesco Squillace (detto “Cecchetto”): 4 anni e 6 mesi di reclusione.

Il collegio difensivo, che ha visto accolte le proprie tesi riguardo l'insussistenza dell'agevolazione o del metodo mafioso, era composto dagli avvocati Francesco Severino, Gregorio Viscomi, Nicola Tavano e Guido Contestabile.

L'inchiesta, condotta con precisione dalla Squadra Mobile, aveva fatto luce su una vicenda di inaudita violenza. I fatti risalgono alle giornate del 26 e 27 ottobre 2022, quando un giovane catanzarese fu vittima di una vera e propria imboscata. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il movente sarebbe stato di natura passionale: una presunta relazione sentimentale tra la vittima e la compagna di Vitaliano Costanzo.

Proprio Costanzo avrebbe attirato il giovane nella propria abitazione per sottoporlo a un brutale "interrogatorio". Quella che doveva essere una discussione si è trasformata in un incubo fatto di percosse, minacce e bastonate, finalizzate a ottenere la confessione del tradimento. Un sequestro di persona accompagnato da torture fisiche e psicologiche che avevano scioccato l'opinione pubblica locale per la ferocia delle modalità impiegate.

Nonostante la gravità dei fatti contestati, la linea difensiva è riuscita a dimostrare che l'azione, pur violenta e censurabile, non fosse riconducibile a logiche di potere criminale organizzato o finalizzata ad agevolare consorterie mafiose. La decisione della Corte d'Appello recepisce dunque l'indirizzo degli Ermellini, riportando il caso nell'alveo dei reati comuni, seppur gravissimi, contro la persona e la libertà individuale.