Favoreggiamento e rivelazione segreti, condanna per il vibonese Gaetano Comito
Cassazione rigetta ricorso anche per un ex appartenente all'Arma dei carabinieri che avrebbe concorso nei reati per favorire un 42enne di Cessaniti
Rigettati dalla Corte di Cassazione i ricorsi di Gaetano Comito, 50 anni, di Vibo Valentia, e di Gaetano Salierno, 56 anni, di Molfetta, ex appartenente all'Arma dei carabinieri, condannati il 10 luglio del 2014 dalla Corte d'Appello di Milano. Gaetano Comito è stato ritenuto colpevole dei reati di concorso nei delitti di favoreggiamento personale aggravato e rivelazione di segreti di ufficio, mentre il solo Salierno anche del reato di di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione all'interno di un club privè sito a Milano.

Secondo l'originaria imputazione Salierno e Comito erano accusati, in concorso tra loro e con persone non identificate, tra le quali alcuni pubblici ufficiali, di aver rivelato a Massimiliano Zanchin, 42 anni, originario di Cessaniti, nel Vibonese, ma residente a Verano Brianza, in provincia di Monza, indagato per reati di mafia, notizie coperte da segreto d'ufficio concernenti la pendenza del relativo procedimento penale e l'imminente richiesta di applicazione di una misura cautelare nei suoi confronti, aiutandolo in tal modo ad eludere le investigazioni dell'autorità giudiziaria.
Salierno è stato quindi condannato a quattro anni e quattro mesi di reclusione, mentre il vibonese Gaetano Comito è stato condannato a due anni e quattro mesi.

L'indagine. Dal tenore delle conversazioni intercettate era emerso che Salierno, all'epoca dei fatti, manteneva dei contatti con una persona, non identificata, in servizio nella Compagnia dei carabinieri di Seregno, dalla quale si recava spesso e per mezzo della quale aveva avuto modo di acquisire notizie, "certamente coperte da segreto", in relazione ad un'attività di indagine svolta dai carabinieri di Seregno in materia di criminalità organizzata. Indagine riguardante, tra gli altri, pure una persona, conosciuta da Comito e di cui Salierno aveva annotato il nome e che le successive conversazioni consentirono di identificare nel vibonese Massimiliano Zanchin.
Benché i militari dell'Arma avessero inteso la rilevanza delle conversazioni, non era stato tuttavia possibile individuare immediatamente lo specifico contesto al quale esse si riferissero; ciò era avvenuto soltanto dopo che l'11 aprile 2011 era stata acquisita la notizia, diffusa con vasta eco dalla stampa nazionale, dell'esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di numerosi appartenenti ad una delle locali articolazioni della ‘ndrangheta calabrese, tra i quali vi era anche Massimiliano Zanchin, al quale erano stati contestati la partecipazione ad un'associazione per delinquere di stampo mafioso ed il concorso nell'omicidio di Rocco Stagno, originario di Monterosso Calabro ma da anni residente in Lombardia. Ed infatti, quella stessa mattina, Comito aveva commentato al telefono, con tale Alessandro Sessa, l'avvenuto arresto dello stesso Zanchin.

Per la Corte di Cassazione, l'operato dei giudici di merito è da ritenersi corretto, non essendoci violazioni di legge o motivi per annullare la sentenza, atteso che appare "irrilevante che Zanchin non si sia sottratto alla cattura pur avendo avuto notizia dell'imminente suo arresto; così come irrilevanti sono le ragioni per cui questo sia avvenuto: ragioni che, in ogni caso, il peculiare andamento della vicenda giudiziaria non ha consentito di ricostruire.
Gaetano Comito, legato da rapporti di comparaggio con il boss Francesco Mancuso di Limbadi, detto "Tabacco", l'11 luglio 2013 è stato anche condannato dal Tribunale di Vibo Valentia a 6 anni ed 8 mesi nell'ambito dell'inchiesta antimafia "Minosse 2" condotta sul "campo" dal luogotenente Nazzareno Lopreiato, all'epoca alla guida della Stazione dei carabinieri di Vibo. Il processo d'appello è ancora in corso. (g.b.)
