Molte saracinesche sono ancora abbassate. Solo qualcuno ha riaperto. E lo ha fatto perché ha capito "che ogni giorno trascorso sarebbe stato letale per il futuro". Ovviamente, dallo Stato non è ancora arrivato neppure un euro. E le banche non hanno affatto cambiato pelle tentando operazioni di recupero del credito anche poco chiare. Come dire, tanta burocrazia, tanto fumo, zero fatti. Dei 25mila euro, o meglio, della cifra che il governo ha stanziato per gli autonomi corrispondente al massimo al 25% del fatturato dell’anno precedente, neppure l’ombra per gli autonomi in città. Mentre i danni si contano già in decine di migliaia di euro. Ma i commercianti non demordono. C’è chi dal 4 maggio si è rimesso in moto. E chi tiene ancora abbassata la saracinesca.

Artigiani quasi fermi. "Non conviene riaprire in queste condizioni –ha detto Domenico Cicciò, proprietario della storica pasticceria situata a pochi metri dal Duomo di San Leoluca -. Stiamo effettuando le consegne a domicilio". D’altronde, come si fa a riaprire? "Abbiamo chiesto un finanziamento alle banche ma ancora non si è visto nulla. Non avremmo preteso di avere già i soldi in tasca, ma quantomeno una risposta che invece gli istituti di credito continuano a non inviare". E ciò perché verosimilmente anche i loro uffici saranno intasatissimi. "Noi artigiani – ha evidenziato Cicciò – siamo avvantaggiati. Vendiamo quello che produciamo con le nostre mani, ma non sono affatto ottimista". La situazione è difficile, "basti pensare che i dipendenti sono tutti – ha concluso -in cassa integrazione. Peraltro, non ancora retribuita".

Da una pasticceria all’altra.
Carla Paolì ha fatto una scelta diversa e ha riaperto il suo "Clav". "L’ho dovuto fare -ha confidato al cronista – con due dipendenti ed altrettanti in cassa integrazione, perché non avrei avuto altra possibilità considerato che avevo appena realizzato il rinnovo del locale". Anche a lei, "dalle banche zero risposte. Solo montagne di carte da portare". E una vendita "che va malissimo. Appena il 10% rispetto a quanto si fatturava in condizioni di normalità". In queste condizioni "sarà già un successo già riuscire a pagare il fitto dei locali e due mesi di bollette già arrivate".

Tutto fermo. Battenti ancora chiusa nel centro storico dove il Ristorante-Enoteca Fabbrica ha deciso di rimanere ancora ai box per usare una metafora automobilistica. "Sono riuscito a pagare gli stipendi ai dipendenti – spiega il titolare Alessandro Aversano – fino alla seconda metà marzo. Poi ho collocato tutti loro, tre nella fattispecie, in cassa integrazione". Quanto ai soldi per ripartire, "nemmeno l’ombra. Ho richiesto 25mila euro e mi è stato detto che ne avrò 23mila. Chissà quando. Intanto, tento di pagare i fornitori per evitare di accumulare debiti".

Un terzo del fatturato.
Non ha mai chiuso i battenti, invece, la macelleria Mantino anche se "siamo al 35% del fatturato -spiegano i proprietari - non siamo riusciti ad accedere al credito. Ci chiedono solo documenti le banche, senza degnarci di alcuna attenzione".

Occasione per le cosche. “La 'ndrangheta - ha spiegato poi Michele Catania – capisce bene che può avere un utile significativo giocando sulla disperazione di tanti colleghi. Servono delle risposte chiare per arginare un’emergenza sociale ed economica". Al momento, però, prospettive confortante non se ne vedono all’orizzonte. "Le banche – chiarisce il noto commerciante vibonese – continuano a seguire il normale iter per istruire una pratica. Peraltro, in una situazione di rischio come quella attuale, siamo tutti ritenuti meno affidabili". Insomma, al momento non è arrivato nulla. "Addirittura – ha precisato il proprietario dell’omonima pelletteria che si trova su Corso Vittorio Emanuele III - non ho richiesto il prestito perché aspetto provvedimenti più incentivanti". Magari, "a fondo perduto". Il guaio è che "quando otterremo il finanziamento - ha chiosato Catania - le nostre attività saranno già morte".